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Note di biografia gramsciana,
e sulle vittime italiane delle epurazioni staliniane

martedì 18 agosto 2020 (revisione: 20 agosto 2020 18:52:14)

PCI e comunismo rumeno.

Vie nazionali e regime poliziesco.


Le relazioni tra PCI e il Partito operaio rumeno (ovvero con il regime comunista rumeno) sono probabilmente molto poco note, personalmente nemmeno pensavo ve ne fossero fino alla lettura del libro La svolta di Galluzzi (vedi il post) e agli accenni piuttosto rivelatori che contiene. In effetti le relazioni con i rumeni risultano invece un case study assai interessante per capire secondo quali percorsi e modalità  il PCI si mosse per acquisire ambiti di presenza e manovra internazionale, tra anni cinquanta e settanta del secolo scorso.

Una ricerca di Stefano Santoro esamina, con buona documentazione inedita, lo sviluppo della relazioni PCI - regime comunista rumeno, ricerca esposta in un articolo del 2007 e poi in una revisione del 2011, articoli meritoriamente resi disponibili su academia.edu:

Stefano Santoro, Il partito comunista italiano e la Romania negli anni sessanta e settanta, Studi Storici, 2007, academia.edu (per comodità, copia locale)

Stefano Santoro, Comunisti italiani e Romania socialista: un rapporto controverso, Storia e Futuro, n. 26, giugno 2011,  academia.edu (per comodità, copia locale)

Santoro, attualmente credo ricercatore presso l'Università di Trieste, capisco sia specializzato nella storia delle relazioni italo-rumene, vedi una sua scheda biografica al sito della Società italiana per lo studio della storia contemporanea.


mercoledì 22 luglio 2020 (revisione: 23 agosto 2020 20:04:31)

Koiné italo-comunista, circa 1983

Boffa, Chiaromonte, Natta, Spriano e Tortorella su Togliatti

 

Seminario "Il pensiero e l'opera di Palmiro Togliatti". Istituto Palmiro Togliatti. Frattocchie 12/13/14 ottobre 1983. Relazioni di Boffa, Chiaromonte, Natta, Spriano e Tortorella. Edizione della Sezione formazione e scuole di partito del Pci.




Merita rileggere questi opuscoli, se si vuole individuare la configurazione di opinioni che personalità apicali del PCI, ancora nel 1983, poco prima del crollo dell'URSS,  mantenevano su se stessi, la propria storia e il proprio ruolo nella politica italiana. Si tratta di seminari non del tutto occasionali, apparentemente interni (ma non riservati), in cui quel che si dice (e quel che non si dice) mi sembra rappresenti abbastanza fedelmente gli elementi dell'identità di quel corpo di attori politici, e la lettura oggi di queste pagine, anche se ormai tediosa, può aiutare a collocare meriti, limiti e responsabilità storiche di tutta una generazione di dirigenti politici.

Benché dedicati al pensiero e l'opera di Togliatti, questi testi contengono pochissimi spunti analitici (o storiografici) circa tratti biografici precisi di Togliatti. I cinque seminari sono piuttosto l'esposizione del proprio 'togliattismo', ovvero di come formulare e difendere una koiné condivisa, e a cui evidentemente si chiedeva di aderire, nel delimitare gli ambiti del chi siamo e del cosa vogliamo del PCI 1983.

Non ho avuto modo di scansionare interamente gli opuscoli, mi limito a commentare alcune pagine che trovo significative.

Primo scansione dal testo di Boffa, dedicato a "La concezione dei rapporti internazionali in Togliatti". Boffa apre il suo intervento ricordando che Togliatti fu uomo del Comintern (con sottointeso che questo potesse essere il problema), per poi offrire una rivendicazione del suo operato. Il passo saliente è il seguente:

Questa rappresentazione irenica, 'apertura' vs. 'settarismo', sconta sempre la difficoltà principale: al VII congresso del 1935 non seguì solo la politica dei fronti popolari, ovvero l'incontro con e il riconoscimento di altre posizioni politiche e ideali, ma anche il terrore di massa in URSS (di cui nei cinque opuscoli non si da conto se non con qualche eufemismo, o al massimo in nota, come quella nella scansione qui sopra su i trozkisti). È io trovo significativo che qui Boffa neppure tenti di far risalire l'origine del terrore al 'settarismo', che sarebbe stata certo una tesi molto audace, anzi spudorata (che ciò proprio non fu, che anzi eliminare i 'settari' -nel senso qui usato di 'settarismo, sinistrismo'- fu uno dei motivi del terrore), ma anche tesi che avrebbe almeno dato conto del problema, fornito una qualche completezza all'argomentazione, ed evitato l'impressione che, ai vertici del Pci 1983, agissero ancora modi di difensiva autocensura su chi aveva fatto che cosa negli anni '30.  Da questa premessa su 'apertura' vs. 'settarismo', ripetuta anche in altre pagine degli opuscoli, risulta come nel 1983 l'autorappresentazione della dirigenza PCI fosse ancora assai viziata dalla mancata volontà, e/o capacità, di discutere se e come la fortuna di Togliatti fosse inestricabilmente legata alla sua cooptazione nel 1935 ai vertici del Comintern proprio da quella dirigenza sovietica che diresse, subito dopo, la svolta iper terroristica del 1937-38.

(Certo non sarò certo io il primo a notarlo, nel 2020, con tutta l'acqua passata sotto i ponti, ma notarlo nuovamente credo sia ancora di qualche utilità.

E rispetto a questa assenza, assume un certo rilievo la tesi di Boffa che nel secondo dopoguerra, nella gestione delle cosidette democrazie popolari dell'europa orientale, fu il ritorno al 'settarismo' (contro il VII congresso) a rendere alla fine sterili quelle esperienze; tesi a mio parere del tutto artificiosa, ma interessante come estremo tentativo di tenere insieme due esigenze: la non volontà, quasi una difficoltà psicologica, di denunciare l'adesione di Togliatti al gruppo prevalente a Mosca negli anni '30 (allo stalinismo), la necessità di distinguersi dalle prassi di governo dei partiti comunisti al potere nell'europa di area sovietica:





Stessa premessa, presentata anche con più forza, si trova in Chiaromonte, in "La concezione delle alleanze sociale e politiche", ivi giocata per esaltare la (presunta?) capacità di Togliatti di tessere una rete di alleanze sociali e politiche. I passi si commentano da soli.



Dei cinque opuscoli,  il più interessante è quello di Natta dedicato al 'Partito Nuovo'. Nonostante i numerosi e un poco stucchevoli passi sull'adagio 'come siamo stati bravi a tenere tutto insieme', due considerazioni risultano centrali: una sul rapporto tra relazione con l'URSS e via nazionale; l'altra, esposta in maniera direi piuttosto impegnativa per l'autore, sul superamento di ogni concezione  di monopartitismo:


Della 'forzatura' della via italiana, da Natta ottimisticamente declinata come decisa rotta di allontanamento dall'URSS (ma nell'ambito della divisione dell'Europa, della guerra fredda e del trovarsi 'di qua' del PCI è da verificare quali atti potessero essere contati come reale volontario allontanamento), possiamo comunque dire oggi che non fu poi così veloce che al naufragio dell'ammiraglia non sia immediatemente seguito anche quello del 'partito nuovo'. L'affermazione contro ogni ipotesi di monopartitismo  - formulata in modo esplicito, e anche piuttosto coraggioso visto che Natta non manca di rimarcare quanto ciò fosse lontano sia dalla tradizione leninista sia dal pensiero dello stesso Gramsci (la critica alla figura gramsciana del Moderno Principe è perfino sorprendente)- con il senno di poi neppure è bastata. Perché? Io credo che la risposta sia in quello che oserei chiamare il relativismo della pur inequivoca impostazione di Natta: il rispetto del pluralismo, il superamento di ogni tendenza illiberale (ma Natta non usa mai le qualificazioni liberale/illiberale) e che "tende all'organicità" non dovevano essere solo "una risposta valida e reale al problema inedito [inedito?] del socialismo nelle società capitalistiche dell'occidente europeo", ma avere valore universale e quindi rimbalzare in una critica al monopartitismo sovietico;  ovvero non era soltanto da escludere, in Occidente, il monopartitismo anche solo come lontana prospettiva, ma anche -e forse sopratutto- era da considerarlo intollerabile nella stessa URSS. Ma la difesa di una tale universalità del pluralismo non appare proprio, leggendo questi opuscoli, che fosse nell'orizzonte di Natta e degli altri autori, non ancora nel 1983!

Spriano, nel quarto opuscolo della serie: 'Il PCI nell'Italia repubblicana (1944-1964)', offre una storia del PCI come forza popolare e di popolo, sorta principalmente dall'esperienza della Resistenza e poi nel clima degli anni della ricostruzione materiale e morale dell'Italia, dopo le tragedie della guerra, per il "rinnovamento democratico" del paese, partito il cui "sviluppo naturale" viene rallentato ma non  bloccato dalla scoppio della guerra fredda (per Spriano inizia con la dottrina Truman nel 1947) e l'anticomunismo degli anni del centrismo. Nelle pagine su la reazione all'attentato a Togliatti e in quelle sulla battaglia contro la legge truffa, l'impostazione di Spriano è chiara: Togliatti in quelle situazioni dimostra una convinzione profonda di rispetto della democrazia,  della Costituzione, dello stesso ruolo di una pluralità di partiti: il PCI partecipa al gioco democratico - pluralista, ma Spriano sul punto non ha la chiarezza terminologica di Natta -  per piena acquisizione valoriale, non strumentalmente e tatticamente, senza doppiezze.

Complessivamente il testo di Spriano mi appare una agiografia anche piuttosto semplice, che certo cita aspetti e comportamenti presenti e non secondari nell'esperienza storica del PCI, ma non accenna a nessuna delle domande difficili su i punti problematici, e anzi su alcuni di questi sorvola anche più di quanto accade negli altri opuscoli. A essere maligni, si potrebbe sostenere che non essendo mai stato veramente leninista e/o cominternista, e tantomeno stalinista, Spriano non si renda conto fino in fondo di che cosa stia parlando, nonostante gli anni di studio dedicati al PCI.

Fondamentalmente ingiuste, e storicamente del tutto errate, ma significative per capire la torsione della sua ricostruzione, mi sembrono le due pagine su Secchia, per Spriano eponimo della doppiezza:


Infine, rinvio alla lettura diretta dell'ultimo opuscolo, 'Il rapporto Democrazia-Socialismo', di Aldo Tortorella, che mi sembra il meno riuscito dei cinque (già il titolo è errato, che il problema era ed è coniugare libertà  e socialismo) e - con il senno del poi - quello meno preveggente di come sarebbero andate le cose, e della profondità dei problemi.