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lunedì 24 agosto 2020 (revisione: 27 settembre 2020 18:09:51)

Rubbi su Berlinguer (e Ponomariov)

Una bella ma incompleta intervista a Rubbi di Vindice Lecis

si riconoscono Breznev, Suslov, Ponomariov, Rubbi, Tatò, non id.,  Berlinguer. Data e occasione non nota.
Breznev, Suslov, Ponomariov, Rubbi, Tatò, non id., Berlinguer. Data e occasione non nota.

Bella e utile intervista di Vindice Lecis a Enrico Rubbi, sulla sua esperienza all'Ufficio Esteri del PCI (1979-1990), e di collaborazione con Berlinguer, dal blog Fuoripagina (senza indicazione di data), leggila qui. L'intervista rivela qualche retroscena ma sopratutto suscita diverse altre domande.

Qualche commento:

  • Rubbi indica una progressione di tre incontri a Mosca - l'intervento di Berlinguer del 27 febbraio 1976 al XXV congresso del Pcus; l'intervento di Berlinguer dell'ottobre 1977 alle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della rivoluzione (per Rubbi il discorso “fu ancora più duro ed esplicito” di quello precedente); l'incontro “burrascoso” del 7 ottobre 1978 - che segnerebbero il progressivo distacco del PCI dal PCUS, con posizioni di Berlinguer via via più profondamente ed esplicitamente critiche. La ricostruzione di Rubbi dovrebbe essere confrontata con ricostruzioni storiche che indicano un percorso meno lineare. La partecipazione alle celebrazioni del 1977 è per esempio indicata dalla storica statunitense Urban, a cui si devono un serie di articoli e un libro molto documentati su i rapporti tra PCI e PCUS, come un momento di riavvicinamento PCI-PCUS. Per la storia nazionale il biennio 1976-1978 è quello della (quasi-)partecipazione del PCI al governo del paese e della triste vicenda Moro (quest'ultima si svolse tra il secondo e il terzo di quegli incontri), e una precisa descrizione della relazioni PCI-PCUS risulta necessaria anche per valutare come i reali comportamenti del PCI poterono essere interpretati nel quadro dei rapporti e dei condizionamenti internazionali di allora;

  • Per l'incontro del 7 ottobre 1978 (“sei ore di discussione") è sopratutto interessante che Rubbi indichi in quell'incontro “il primo di una catena di avvenimenti che [...] portò a distanza di appena tre anni [=1981] allo strappo e al pratico distacco del PCI da Mosca” (enfasi aggiunta). La datazione di Rubbi indica che lo 'strappo' fu dopo, e non prima, i governi di solidarietà nazionale e la vicenda Moro;

  • sempre per lo stesso incontro del 7 ottobre 1978, è pure assai interessante che Rubbi indichi che fu circa temi internazionali (e alcuni interni all'URSS). Che solo quelli ricordati furono i temi non è del tutto credibile, vista la data. Possibile che sul tavolo non ci sia stata anche la  vicenda italiana, il rapimento e assassinio di Moro, il fallimento dell'avvicinamento del PCI ai governi nazionali? Con un poco di malizia, forse un poco caricaturalmente, ma penso cogliendo un punto, credo si possa immaginare che uno scambio della conversazione sia stato così: «Berlinguer: 'ma che fate nel Corno d'Africa? questo Menghistu che voi aiutate è un pazzo, e comunque tutti ora diranno che appena noi ci siamo avvicinati al governo, abbiamo fatto in modo di aiutarvi a penetrare nel Corno d'Africa, che siamo la vostra longa manu'; al che evidentemente Ponomariov e gli altri devono aver risposto “Yemen ne otdadim… Lo Yemen non lo ridiamo!”».

    (Per mia ignoranza e mancanza di tempo, non so se vi siano studi sulle relazioni italiano-etipioche subito prima e durante il regime Menghistu, e nemmeno se ve ne siano su la breve ma alquanto significativa guerra tra Somalia ed Etiopia per il controllo dell'Ogaden, conflitto che si svolse dal luglio 1977 al marzo 1978 e vide l'intervento diretto di forze cubane e consiglieri militari sovietici. Una breve ricerca via Google trova un certo numero di testi in lingua inglese su quel conflitto, e il significato che ebbe nelle relazioni USA-URSS (e vedo che viene spesso citata una frase di Zbigniew Brzezinski, responsabile della sicurezza nazionale per la presidenza Carter, che gli accordi SALT -ovvero il periodo di distensione con l'URSS- furono "buried in the sands of the Ogaden"). Non saprei dire quanto significativa potesse essere, ancora negli anni '70 del secolo scorso, l'influenza dell'Italia nelle ex-colonie, né  saprei dire se dall'Italia arrivarono alle varie parti in causa (Etiopia, Somalia, ma anche l'Eritrea in cerca di indipendenza), in una o altra fase, taciti aiuti, oppure se in tutta la vicenda l'Italia fu completamente esautorata. Neppure saprei dire se URSS e Italia entrarono in un qualche sorta di conflitto sulle reciproche politiche nel Corno d'Africa o ci fu invece una qualche convergenza di fatto, né quali poterono essere le possibilità di attenzione e presenza della sicurezza italiana. Sono oggi noti documenti che mostrano come la Stasi della allora DDR aiutò l'organizzazione delle forze di sicurezza di Menghistu, ma non saprei dire se e come ciò era noto al tempo, in generale e dai dirigenti del PCI. È facile trovare notizia di una missione di pace di Pajetta nel Corno di Africa della fine del 1977, e delle polemiche che suscitarono le posizioni di Pajetta, considerate sbilanciate a favore dell'Etiopia anche all'interno del PCI (e si trova anche una nota riservata dell'ambascita USA a Roma con simili valutazioni, vedi qui). Lo spoglio molto veloce del giornale l'Unità, annate 1974-1979 (scansioni digitali disponibili qui), individua comunque molti articoli su gli eventi del Corno d'Africa, e diversi -di tono censorio- sulla brutalità di Menghistu (Menghistu è oggi unanimamente ritenuto responsabile degli eccidi del 'terrore rosso'). Nonostante la mia ignoranza, mi sembra pertanto scontato affermare che dei temi internazionali accennati da Rubbi le questioni del Corno d'Africa dovettero essere le più vicine alla delegazione comunista italiana e che la discussione tra PCI e URSS deve essere stata più articolata di quanto Rubbi lasci trapelare.)

  • a tanti anni di distanza, Rubbi non esprime dubbi sulla linea della fermezza tenuta dal PCI nel caso Moro, e l'intervista non collega il destino di Moro al quadro internazionale di allora.

     

Curiosità: Chi la persona alla destra di Berlinguer nella foto che accompagna l'intervista? Un interprete di fiducia, un funzionario PCI che non so identificare? La stessa figura la si ritrova in altre foto con esponenti sovietici, come qui sotto, trovata on line:

 

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Screenshot, click to enlarge, spero sia leggibile.

 


correzioni di punteggiatura inserite

Rubbi: il Pci di Berlinguer, i sovietici, i cinesi, Tito, l’eurocomunismo. E quando Enrico si arrabbiò davvero

di Vindice Lecis

Un testimone d’eccezione come Antonio Rubbi racconta un protagonista del XX secolo come Enrico Berlinguer. Rubbi – classe 1932 di San Biagio d’Argenta, segretario della federazione Pci di Ferrara dal 1968 alla metà del 1975 quando fu chiamato a Botteghe Oscure, prima come vice responsabile, poi come responsabile della sezione esteri dal 1979 sino al 1990, saggista, membro del comitato centrale e della direzione, parlamentare per quattro legislature – è stato uno dei più stretti collaboratori di Enrico Berlinguer .

In questa intervista, per certi aspetti davvero straordinaria e con episodi inediti, Rubbi racconta la politica estera comunista e la figura di Enrico Berlinguer negli incontri con i protagonisti del mondo. Ci sono le tracce evidenti dei grandi avvenimenti e delle gigantesche questioni che abbiamo alle spalle e che si ripresentano oggi, seppur in modo diverso fornendo spunti e insegnamenti: dai complicatissimi rapporti con i sovietici all’attenzione verso i cinesi, dagli avversari di Berlinguer alla Terza via, dall’eurocomunismo alle socialdemocrazie europee, da Tito ai movimenti di liberazione, fino al pensiero lungo sulla pace e la coesistenza che ci parla anche oggi. Temi questi che furono l’asse portante della politica del Pci. Rubbi ripercorre inoltre alcuni “dietro le quinte” davvero notevoli. Come quel portapenne che volò sul tavolo a Mosca e quella volta che, a Managua, Berlinguer si arrabbiò sul serio.

Come accadde che la chiamarono a Roma da Ferrara, dove lei dirigeva la federazione del Pci, per lavorare nella sezione esteri del Partito?

Penso ciò fosse dovuto alla necessità di avvicendamento che dopo oltre sette anni di direzione del partito a Ferrara si imponevano. Ma nel pensiero dei due dirigenti centrali che vennero a Ferrara a promuovere l’andata a Roma non c’era la proposta dell’incarico alla sezione esteri. Chiaromonte pensava di propormi per la direzione della sezione agraria nazionale e Pecchioli che fu quello che decise in ultima istanza il mio trasferimento pensava di utilizzarmi alla Commissione Centrale di organizzazione o all’ufficio di segreteria. La scelta della Commissione Esteri fu mia quando venni a conoscenza che Sergio Segre allora responsabile della sezione esteri cercava un vice responsabile della stessa e sarebbe stato subito ben lieto che andassi a lavorare con lui e mi aveva salutato con un semplice “benvenuto tra noi”.

Lei ha operato per un decennio al fianco e in stretta collaborazione con il segretario del Pci. Mi descrive il metodo di lavoro di Berlinguer?

Con Enrico Berlinguer ci conoscevamo dal 1950. Ci eravamo incontrati la prima volta a Livorno al Congresso costitutivo della FGCI, e sempre in agosto del 1950 eravamo stati una settimana a Nizza per un incontro della gioventù comunista italiana e francese dedicata al sostegno della lotta dei popoli contro il colonialismo e per l’indipendenza dei popoli (sottintesa la solidarietà con chi si batteva in Indocina e in Algeria), poi nel ’51 e nel ’53 a Ferrara, prima per la tragica circostanza della rotta del Po e quindi per il Congresso Nazionale delle FGCI. E certamente non doveva essere stato estraneo alle missioni internazionali di maggiore rilievo a cui ero stato chiamato durante il mio periodo di direzione della federazione di Ferrara: nella composizione della delegazione con Agostino Novella nel 1972 in Algeria poi, con lui stesso, più Novella, Segre e altri nel 1973 al Cremlino a Mosca per l’incontro con Brèžnev e altri dirigenti del PCUS, con Giancarlo Pajetta nel 1975 per un delicato incontro con Cunhal nel Portogallo della “rivoluzione dei garofani” e sempre a Lisbona lo stesso anno, ma da solo in pieno ferragosto per recapitare a Cunhal e a Mario Soares, il segretario del partito socialista il documento appello che Berlinguer e De Martino indirizzavano ai due maggiori dirigenti della sinistra per invitarli a trovare una soluzione democratica e unitaria al Portogallo finalmente riscattato dalla lunga e opprimente stagione salazariana.

Ciò che era indiscutibile era sua estenuante capacità lavorativa. Francamente non saprei descrivere se avesse una metodologia sua propria per organizzarsi il lavoro. L’impressione che mi sono fatto seguendolo da vicino per una decina di anni è che le letture più serie e impegnative, quelle da “studiare” le facesse a casa perché sapeva bene che a Botteghe Oscure, riunioni a parte, sarebbe stato travolto dalle attività quotidiane fatte di letture di documenti e dossier di varia natura che riguardavano soprattutto la vita dei partiti, dei temi in discussione nei due rami del parlamento delle quali si stavano occupando le varie sezioni del centro del partito; fatte di colloqui che tendevano quasi sempre a “sforare” i limiti del tempo disponibile, di telefonate che erano sempre tantissime, nonostante il sapiente “filtro” che ne faceva Anna Azzolini, la sua efficientissima segretaria. Poi veniva il momento in cui doveva ritirarsi da qualche parte per un discorso da preparare, per un’intervista da concedere, per una scaletta da prepararsi in vista di un dibattito in televisione o di una conferenza stampa ecc. In quei casi era solito isolarsi con Tonino Tatò, per lavorare assieme ore e ore a costruire discorsi e scalette dove ogni parola era studiata ad aveva un senso preciso.

Berlinguer era forse l’unico oratore che in un comizio in piazza S. Giovanni per la chiusura della campagna elettorale o a conclusione della festa nazionale dell’Unità fosse capace di intrattenere alcune centinaia di migliaia di persone in attento ascolto di discorsi scevri da ogni concessione retorica e propagandistica, ricchi invece di contenuti ideali e morali dove i temi del lavoro e dello sviluppo economico e sociale del paese si intrecciavano con quelli della pace e del disarmo, della costruzione europea e della solidarietà internazionale. Discorsi ragionati, profondi, studiati, pronunciati senza particolare enfasi, in tono piatto, quasi pedagogico, eppure avvincenti e accolti dalle folle che sempre riusciva a raccogliere con calore e partecipazione. Quale abisso con gli arruffapopoli e gli urlatori di questi tempi!

E a questo proposito le chiedo: quale era il suo principale assillo, la sua più grande preoccupazione?

Nel decennio che ho collaborato con lui, cioè dal ’75 all’84 direi che i due temi che maggiormente lo preoccupavano erano, da un lato la strenua difesa della legalità e della vita democratica messe in serio pericolo dallo stragismo nero e dall’azione criminale delle Brigate Rosse culminato con l’assassinio dell’on. Aldo Moro, e dell’altro il pericolo di un riacutizzarsi della situazione internazionale causa l’accelerazione della corsa a nuovi armamenti nucleari con l’installazione nell’Europa dell’est degli SS-20 sovietici e in alcuni paesi dell’Europa occidentale tra i quali l’Italia, dei missili Pershing e Cruise americani, e l’acutizzarsi di una serie di conflitti locali e regionali, nel Medio Oriente sino all’Afghanistan, nel sud est asiatico con la Cambogia e il Laos ele tensioni Cina- Viet-Nam; nell’Africa australe con la crisi namibiana e il perdurare dello stato di apartheid in Sud Africa.

Aver mantenuto la linea della fermezza, quando si manifestavano forti spinte ad accettare di trattare con le BR ritengo sia stato un grande merito del PCI di Berlinguer che, pur dolorosamente colpito dalla tragica sorte toccata all’on. Moro, aveva tenuto ben ferma l’unica posizione che poteva consentire di contrastare il disegno brigatista per poi arginarlo e alla fine vincerlo.

Anche la questioni degli euromissili fu un suo assillo…

“La pace prima di tutto”; fu all’insegna di questa mobilitante esortazione che il PCI assieme ai movimenti pacifisti, portò avanti la grande campagna contro l’installazione dei missili a medio raggio. Di tutti i missili di quel tipo, non solo quelli americani che si volevano installare a Comiso, ma anche di quelli sovietici che si andavano installando nella RDT e in Polonia. Perché più si fosse alzato il livello di quel tipo di installazione e più arduo sarebbe stato poi riprendere il cammino per iniziative di disarmo. Verità che fu ben compresa, alcuni anni più tardi, quando alla testa delle due grandi potenze vennero a trovarsi Reagan e Gorbaciov che ebbero il coraggio di avviare e portare a termine con successo una trattativa che prevedeva lo smantellamento e la distruzione di quelle tipologie di armamenti. L’unico vero e reale esempio di disarmo al quale fare ancora riferimento. Mi sembra importante ricordare ora quando il presidente degli Stati Uniti ha espresso l’intenzione di non rispettare più i vecchi trattati sottoscritti per la limitazione degli armamenti nucleari. Una proposta che sarebbe bene fosse bloccata per non dare il via da una rinnovata corsa agli armamenti, l’ultima cosa di cui ha bisogno il precario equilibrio u cui si regge di questi tempi l’assetto internazionale.

Lei ha partecipato a numerosi incontri internazionali con lui dove lei studiava i dossier, stendeva a volte anche le relazioni preparatorie. Che cosa chiedeva Berlinguer a quei grandi leader comunisti? Ascoltava o esprimeva senza reticenze il suo e il vostro punto di vista?

Diciamo meglio che io collaboravo a stendere relazioni in vista di incontri internazionali, perché Berlinguer il testo che si metteva davanti era quello che in ultima analisi preparava lui stesso. Ogni incontro faceva storia a sè, nel senso dei temi che si sapeva di dover affrontare e che costituivano l’oggetto convenuto per quel tipo di incontro e debitamente preparato. E qui ciascuna parte esponeva le proprie valutazioni, Berlinguer era un interlocutore che finiva quasi sempre per accattivarsi la simpatia della controparte, anche quando i temi in discussione risultavano controversi. Questo perché sapeva ascoltare con vero interesse le ragioni di chi stava dall’altra parte del tavolo e sapeva esporre le proprie vedute con pacata sicurezza, ed altrettanto pacatamente ma con tenacia sostenerle quando fossero oggetto di contestazione.

L’avevo visto una volta sola arrabbiarsi sul serio. Era successo a Managua, in Nicaragua, quando Tomas Borge, uno dei maggiori leader del movimento sandinista che aveva vinto la dittatura somozista e stava al governo del paese aveva approfittato dell’incontro con Berlinguer per riunire nella sala dell’incontro la gran massa dei giornalisti e dei fotografi, che erano curiosi di incontrare l’esimio ospite cui veniva intestato l’eurocomunismo, per annunciare loro che il governo sandinista in nottata aveva arrestato, assieme ad alcuni industriali anche una ventina di dirigenti comunisti del paese che “sabotavano la rivoluzione”, e solo dopo questo annuncio fatto con Berlinguer al tavolo, proprio di fronte a lui, aveva fatto uscire stampa e fotorepoter. Berlinguer era stato pronto a chiedere conto di questa scorrettezza. Noi non conoscevamo né avevamo rapporti con i comunisti del Nicaragua e non sapevamo come agissero. Era chiara la strumentalizzazione che Borge aveva voluto fare della presenza del maggiore esponente dei partiti comunisti dell’occidente per avallare con lui, coinvolgendolo, la retata notturna sulla quale non conoscevamo né i motivi né la consistenza. La pietosa motivazione data da Borge (“sono dei sabotatori”) aveva avuto il potere di irritare ancor più Berlinguer che di rimando gli aveva seccamente risposto che senza un processo in cui si sentissero le ragioni di entrambe le parti, non si poteva incarcerare nessuno e che iniziare in tal modo l’azione del governo sandinista non gli pareva una cosa buona e che lui questo avrebbe detto se interrogato. Iniziato in quel modo era chiaro che l’incontro con Borge non aveva alcun senso e difatti si trascinò per un paio d’ore ma più per salvare la faccia che perché potesse servire a qualcosa.

Gli incontri più tempestosi furono quelli con il maggiore partito fratello, il partito comunista dell’Unione sovietica. Ricorda uno dei più impegnativi e, per un certo verso drammatici?

Di incontri “vivaci” con la dirigenza del PCUS ce ne furono diversi, ma se dovessi citarne uno dei “più impegnativi e drammatici” per stare alle espressioni della sua domanda direi senz’altro quello “burrascoso” del 7 ottobre 1978, che successivamente in un mio libro scrissi “aveva rappresentato il primo anche di una catena di avvenimenti che, passando poi in rapida successione dall’intervento in Afghanistan alle vicende polacche, dalla questione dei missili ai rapporti con la Cina, portò a distanza di appena tre anni, allo 'strappo' e al pratico distacco del PCI da Mosca”.

Berlinguer era andato a Mosca per discutere francamente una serie di questioni che erano motivo di grossa preoccupazione per la prospettiva della politica internazionale dove invece di lavorare per favorire la distensione sembrava invece si volessero alimentare nuove tensioni nel sud est asiatico dove il Vietnam con l’aiuto sovietico tendeva ad estender la sua influenza su Laos e Cambogia; nel Corno d’Africa dove il sostegno dell’Etiopia di Menghistu significava aperta ostilità nei confronti della Somalia e assoggettazione dell’Eritrea e in più una crescente penetrazione nello Yemen del sud. La preoccupazione maggiore di Berlinguer era che la dirigenza sovietica cercasse di sfruttare la sconfitta americana in Vietnam per accrescere la propria potenza militare ed allargare la propria sfera di influenza nelle aree di crisi, compreso, il Medio Oriente, l’Africa australe e l’America centro-meridionale. Lo preoccupavano altresì l’ulteriore peggioramento della situazione economica del paese dove le importazioni massicce di grano erano le spie delle crescenti difficoltà degli approvvigionamenti alla popolazione, e lo stato della legalità democratica con il ricorso sempre più esteso a misure di repressione nei confronti del dissenso interno.

Come si vede una serie di questioni che non avevano più al centro i temi dell’autonomia, del socialismo, l’ideologia, ma che toccavano da vicino la politica sovietica, quella interna e quella internazionale e la contestavamo pienamente. Un salto di qualità rilevante nelle relazioni tra i due partiti. Altro che “casa madre” o “partito guida”! il PCI contestava apertamente linee di condotta e di aspetti fondamentali della politica interna e internazionale del PCUS e dell’URSS! Era ovvio che le sei ore di discussione con Suslov, Ponomariov e Zagladin risultassero parecchio infuocate con l’imperturbabile tutore dell’ortodossia marxista- leninista (Suslov) che se la prendeva persino con il bussolotto delle matite spargendole per tutto il tavolo e il paonazzo Ponomariov che gridava a Berlinguer (“Yemen ne otdadim… Lo Yemen non lo ridiamo!”) Berlinguer era stato capace di un sangue freddo davvero invidiabile non lasciandosi trascinare nella mischia, ma riuscendo ad esporre tutte le questioni che aveva deciso di portare a Mosca. Tatò ed io gli avevamo ogni tanto dato una mano il giorno seguente a Cremlino con Brèžnev andò un po’ meglio, come atmosfera dei colloqui, ma i temi furono più o meno quelli del giorno prima. Solo che Brèžnev con i tre del primo colloquio più Kirilenko e Aleksandrov, non manifestarono l’intenzione di ingaggiare un nuovo confronto. Anche perché, come bene aveva notato qualche tempo prima Gianni Cervetti ritornando da Mosca con la delegazione economica che aveva guidato, parlando in direzione del gruppo dirigente, di quel grande paese aveva usato un’espressione perfettamente calzante “ormai sembrano imbalsamati”.

Al XXV congresso del Pcus il 27 febbraio 1976, Berlinguer fece tremare il Cremlino, così scrisse la stampa di tutto il mondo, con un discorso di grande forza. Lei in un suo libro spiegò che era la concreta attuazione della politica di autonomia. Fu un vero scontro, come reagirono i russi?

L’importanza del discorso di Berlinguer al XXV Congresso del PCUS non sta solo nella riaffermazione di una posizione di netta autonomia del PCI, ma nella prospettazione di una concezione del socialismo i cui tratti costitutivi si distinguevano nettamente dal modello di società socialista costruito nell’Unione sovietica e nei paesi dell’est Europa, nei confronti del quale si esprimeva implicitamente critico. Vale la pena riportare per intero la frase incriminata, quella che fu accolta nel gelo più assoluto dalle migliaia di delegati presenti in sala e che, al contrario, si guadagnarono l’indomani i titoli ammirati dei maggiori quotidiani italiani e le prime pagine della stampa internazionale, dal “New York Times”, all’inglese “Guardian” , da “Le Figaro” in Francia al “Frankfurter Allemeine” in Germania… “Noi ci battiamo aveva detto Berlinguer, per una società socialista che sia il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e garantisca il rispetto di tutte le liberà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, delle arti e delle scienze. Pensiamo che in Italia si possa e si debba avanzare verso il socialismo, ma anche costruire la società socialista, con il contributo di forze politiche, di organizzazioni, di partiti diversi e che la classe operaia possa e debba affermare la sua funzione storica in un sistema pluralistico e democratico”.

Questa la frase che aveva gelato la platea dei delegati e sollevato l’interesse e l’ammirazione dei circoli politici del mondo intero. E naturalmente delle forze politiche e dell’opinione pubblica del nostro paese. Solo Alberto Ronchey nel “Corriere della Sera” aveva tentato di sminuire la portata e di innestare una polemica sul fatto che gli organi di stampa sovietici avevano snaturato il testo di quella frase manomettendo l’espressione “pluralismo” tradotta con il termine “russo” “многогранный” (multiforme, poliedrico) e su questa specificazione aveva tentato di farne un caso. Non erano bastate le spiegazioni di Cervetti e Demetrio Volcic, che il russo lo conoscevamo meglio di Ronchey, che nella lingua russa il termine pluralismo non esisteva. Ma si trattava di un espediente polemico e di ben scarsa rilevanza rispetto alla grandezza e al valore di un discorso che aveva scosso veramente le mura del Cremlino.

L’anno seguente a Mosca in occasione del sessantesimo della rivoluzione d’ottobre, Berlinguer fu ancora più esplicito. La delegazione del Pci era composta da lei, Nilde Jotti, Antonio Roasio, Luciano Guerzioni. Ci fu persino un equivoco sui tempi dell’intervento del segretario e anche sulla parola “pluralismo”. Come andò?

Questa è una storia leggermente diversa, non tanto per il contenuto del discorso di Berlinguer, che fu ancora più duro ed esplicito, di quello dell’anno precedente, quanto per la stesura di quel testo e per i tempi del suo svolgimento! Ricordo che la stesura del discorso fu abbastanza tribolata. Contrariamente al solito stavolta Berlinguer partiva per una delicata missione internazionale senza l’abituale messa a punto con i suoi collaboratori dei temi da trattare e dei testi da preparare troppe urgenze lo avevano distolto cosicché eravamo partiti con alcune brevi note buttate giù da Tonino Tatò e l’impegno a lavorare sull’aereo nelle tre-quattro ore del viaggio per scrivere un testo l’unico dato certo erano i 12 minuti entro i quali mantenere il discorso come convenuto con gli organizzatori della manifestazione celebrativa del 70° della rivoluzione d’ottobre. Lavorammo per questo tutto il viaggio e ne usci un testo piuttosto solido e ben fatto, con alcune novità. Una l’avevo proposta io ed era avvenuto che Berlinguer dopo le resistenze iniziali l’avesse accolta. Si trattava, ancora una volta dell’inserimento della parola pluralismo. Io avevo insistito per rimetterla. Avevo notato nel corso dell’ultimo anno che sia nei quotidiani che nelle riviste specializzate come il ‘Kommunist’ o ‘Questione di storia’ il termine pluralismo chiaramente in chiave polemica e da accogliere in senso spregiativo veniva usata sempre più spesso. Come avrebbero potuto negarlo? E poi lo interpretassero pure come volevano, ma i più accorti l’avrebbero inteso nel giusto senso.

Berlinguer all’inizio era dubbioso (e se poi scoppia ancora la polemica? e se non la traducessero?) lo assicurai che a quello ci avrei pensato io ed allora, per quanto ancora titubante mi lasciò fare e il testo che consegnammo all’arrivo per la traduzione conteneva di nuovo il termine pluralismo. Poi nacque la questione della durata dell’intervento. Come ho già detto gli accordi preventivi prevedevano interventi di 12 minuti per ciascuno dei partiti invitati. All’aeroporto Suslov, che era venuto a riceverci con Ponomariov e Zagladin, si era permesso pure di largheggiare dicendo che Berlinguer avrebbe potuto parlare anche per un quarto d’ora. Naturalmente non demmo molto credito a questo gesto di magnanimità e consegnammo il testo cosi come l’avevamo preparato. Smirnov e il gruppo degli italianisti c’avrebbero lavorato nella nottata e il mattino seguente ce lo avrebbero riconsegnato con la traduzione.

Se non che la mattina con la traduzione c’era anche una novità di non poco conto. Accampando il pretesto che il numero delle delegazioni arrivate era aumentato più del previsto si dovevano accorciare i tempi degli interventi a Berlinguer sarebbero stati concessi solo 7 minuti per l’intervento per cui bisognava abbreviare il testo. Con poco tatto Zuev, che era venuto con Smirnov e Zagladin a consegnarci il testo e la traduzione, aveva lasciato intendere che si aspettavano che lo accorciassimo nelle parti meno gradite. Diedi una scorsa alla traduzione assicurandomi che vi fossero e tradotte come avevo chiesto a Smirnov proprio quelle parti, poi con Tatò salimmo in stanza da Berlinguer per metterlo a corrente della novità. “i soliti imbroglioni” fu il suo laconico commento. Poi si rimise al lavoro e mi consegnò il testo con le cancellature a cui aveva provveduto. “Mi dispiace aver dovuto tagliare la parte che riguardava il contributo dell’unione sovietica alla sconfitta del nazifascismo nella seconda guerra mondiale” annotò con sincero rammarico. La frase che più ci interessava era rimasta come prima: “la democrazia è oggi…il valore storicamente universale sul quale fondare un originale società socialista…ecco perché la nostra lotta unitaria è rivolta a realizzare una società nuova socialista, che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale culturale e ideale”. Rimaneva il problema di restare nei 7 minuti di tempo e Berlinguer era stato costretto a diversi esercizi di letture noi presenti e orologio alla mano.

Quando si passò dalle prove alla lettura ufficiale nella solennità dell’immensa sala del Cremlino gremita da oltre 5mila delegati, e un centinaio di delegazioni straniere Berlinguer era andato sicuro e apparentemente tranquillo al podio, ma aveva dato da subito un ritmo molto veloce alla lettura del testo. Più veloce di quanto potessero stare al passo i traduttori in cabina. Io che stavo seguendo il discorso in cuffia con la traduzione in russo mi ero subito accorto che la traduzione in cuffia arrivava sempre con un certo ritardo cosicché quando si arrivo alla frase fatidica il brusio via via crescente che si sollevò nella platea dei delegati arrivò mentre Berlinguer stava già leggendo l’unica frase in cui riconosceva “i progressi fatti in molti campi di attività e il contributo determinante del popolo russo alla vittoria nella guerra sul nazifascismo” fu l’unico momento in cui lo vidi come interdetto, e costretto a rallentare il ritmo della lettura. Quando gli diedi la spiegazione dell’avvenuto se la rise di gusto e commentò “gli ho regalato pure 25 secondi”. In effetti il discorso che nei giorni seguenti sarebbe stato conosciuto nel mondo intero e che lasciava nel pensiero dei russi l’idea che la democrazia dovesse essere considerata un valore universale e che si potesse costruire una società socialista in uno stato non ideologico, che garantisse le libertà e il pluripartitismo era durato in tutto 6 minuti e 34secondi.

Quando, al ritorno, a Fiumicino Berlinguer era stato accolto da una folla di giornalisti una delle prime risposte che aveva dato era relativa al testo del suo discorso che “è stato tradotto correttamente in lingua russa, stavolta non c’è stato nessun inconveniente…” cosi aveva sistemato i conti anche con Ronchey e regalato una soddisfazione anche al mio lavoro.

A Yalta, lo ha raccontato in un libro, Berlinguer in sua presenza incontrò i dirigenti sovietici ai quali chiese espressamente di non compiere atti gravi come l’invasione dell’Afghanistan. Che cosa dissero?

Nell’estate 1978 Berlinguer con la famiglia aveva accettato l’invito a passare le vacanze a Yalta sul Mar Nero perché dopo l’assassinio di Aldo Moro le misure relative alla vigilanza si erano fatte asfissianti e lo aveva sperimentato l’anno prima a Stintino, l’unico luogo amato per le sue vacanze. Era andato senza nessuna agenda politica, ne richieste d’incontri dei quali non sentiva un gran bisogno. Cosa che mi aveva detto appena arrivato(anch’io e mia moglie Vera riposavamo a Yalta non lontano dalla villetta riservata per Berlinguer) andavo da lui soltanto quando mi mandava a chiamare perché avevamo capito che aveva solo bisogno di rilassarsi dalle fatiche e dalle tensioni della situazione italiana, complicatasi e aggravatasi nel dopo Moro. Poi un giorno mi aveva chiamato per informarmi che il giorno seguente gli avrebbe fatto visita Ponomariov e gli avrebbe fatto piacere ci fossi anch’io con lui. Ci scambiammo alcune opinioni relativamente ai possibili temi che potevano essere oggetto di quell’incontro. Berlinguer decise che avrebbe parlato solo di Afghanistan perché era la situazione che in quel momento lo preoccupava maggiormente unitamente a quella della rincorsa a sempre nuovi armamenti. Ma per questo secondo argomento Ponomariov non era l’interlocutore più adeguato.

Ponomariov fu davvero sorpreso che il suo ospite volesse parlare di Afghanistan. Cosa c’era che non andava? E cosa c’entrava mai il PCI con il lontano Afganistan? Lasciassimo fare a loro che erano confinanti e che stavano prestando un “aiuto fraterno” per sostenere le forze rivoluzionarie nell’opera di rinnovamento e ammodernamento di un paese ancora arretratissimo. Avrebbero meritato una lode semmai, non certo critiche e di messe in guardia.

Fu un incontro surreale tra Berlinguer che gli raccontava cosa ci avevano detto i rappresentanti del Partito Democratico del popolo, costretti all’esilio, dello stato in cui il duo Taraki – Amin con l’aiuto massiccio dell’esercito sovietico stavano riducendo il paese, sottoponendo a dure repressioni la popolazione che non si sottometteva al loro dispotico paese: bombardamenti, distruzione di paesi e villaggi, masse di afgani che riparavano in Iran o in Pakistan. Insomma le conseguenze tipiche di un paese ormai entrato in una vera e propria guerra civile. Queste le notizie che avevamo noi, che destavano la preoccupazione del nostro partito e che ci muovevano a parlare apertamente e ad avanzare ogni esortazione possibile a non creare un nuovo focolaio di guerra. Del disordine nel mondo ce n’era abbastanza Ponomariov era sbigottito che noi potessimo accreditare quelle versioni dei fatti e assicurava che Taraki e Amin andavano d’amore e d’accordo. Taraki anzi, si stava preparando a recarsi all’assemblea dell’ONU e l’Unione Sovietica stava dando solo un “aiuto fraterno”. Berlinguer non rispose che conoscevamo bene come andavano a finire questo genere di aiuti fraterni; si limitò a dirgli che le rivoluzioni vere si fanno con il sostegno delle masse popolari e che non si sostengono con le armi di un esercito venuto dal difuori. Neanche due settimane dopo quell’incontro Taraki invece di parlare all’ONU finiva di vivere, non solo politicamente, ma fisicamente per mano di Amin, che, come si disse poi, provvide a “strozzarlo”.

Ancora una domanda sul rapporto con i comunisti sovietici: quale fu il dirigente con il quale avevate un rapporto politico più duro?

Già da quanto raccontato sin qui si può dedurre che sia stato Boris Nikolaevič Ponomariov poiché era quello che per dovere di ufficio (responsabile sezione esteri del PCUS) era incaricato di tenere i rapporti con noi. Ma le responsabilità maggiori per il cattivo rapporto con noi io le attribuirei a Suslov che era l’esponente dell’Ufficio politico di maggiore influenza ed era quello al quale Ponomariov faceva riferimento. Era Suslov il pontefice massimo dell’ortodossia marxista-leninista, ed era lui che vagliava le nostre posizioni e stendeva le note e i voti di merito.

Tra i dirigenti del comunismo internazionale, quale era quello con il quale Berlinguer aveva stretto un rapporto speciale?

Forse era Tito che Berlinguer ammirava per la tenacia difesa della sua autonomia e indipendenza dall’URSS e per la capacità di tenere uniti i tanti popoli della Jugoslavia in un unico paese e di comunisti in un’unica lega. Poi per il ruolo che giocava nel movimento dei paesi non allineati. Tito a sua volta penso che stimasse molto Berlinguer ed ammirasse il coraggio con cui sapeva difendere le posizioni del suo partito nelle conferenze internazionali per le scelte compiute per ricollocare il PCI nell’alveo delle forze del movimento socialista e operaio dell’europa occidentale. Posso aggiungere che anche gli incontri con il segretario del PC cinese Hu Yiau bang e con il segretario della SED Erich Honecker rivestivano un carattere particolarmente amichevolevole perché la loro conoscenza reciproca risaliva agli anni giovanili, quelli in cui tutti loro lavoravano nel segretariato movimento internazionale della gioventù democratica il cui primo segretario era Enrico Berlinguer.

Come guardava alla situazione cinese?

Accantonata la disastrosa fase della rivoluzione culturale e dopo la morte di Mao Tse Dong sconfitta la cosidetta “banda dei quattro” Berlinguer aveva mandato alla nuova dirigenza cinese messaggi tanto precisi quanto diretti dell’interesse del PCI a riprendere i rapporti con il PC cinese. Autorevole latore ne era stato Tito che per primo aveva visitato le Cina dopo Mao. L’interesse del PCI a riprendere, dopo quasi 20 anni di interruzione i rapporti con i comunisti cinesi e con quel grande paese aveva motivazioni molto forti, che attenevano alla visione di politica internazionale portata avanti dal PCI. La crescente interdipendenza (che porterà poi a quella fase che sarà chiamata della globalizzazione) poneva l’esperienza di un nuovo assetto delle relazioni internazionali che non fosse più imperniato sulla suddivisione nei due blocchi, formatasi dopo la fine della guerra e guidati dalle due grandi potenze: USA e URSS. Bisognava andare ad una visione multipolare che superasse quella bipolare.

Nel pensiero di Berlinguer almeno cinque avrebbero dovuto essere i soggetti di questo multipluralismo, le due grandi potenze con i loro blocchi, il movimento dei paesi non allineati: una unione europea capace di presentarsi come soggetto autonomo nel contesto mondiale; ed infine la Cina, non solo il paese più popoloso del mondo ma il più influente del continente asiatico ed uno dei cinque che all’ONU godevano del riconoscimento di membro permanente del Consiglio di sicurezza. Insomma la Cina per il peso che già aveva e che maggiormente avrebbe avuto in futuro sui destini del mondo.

L’altro motivo forte di interesse era dovuto alla politica interna per cercare di capire bene anche consistessero e quali prospettive aprissero le “quattro modernizzazioni” messe autorevolmente in campo da Deng Xiao Ping, ovvero intravedere la Cina del futuro. Non immaginavamo naturalmente che in meno di 40 anni ci trovassimo davanti al colosso che è già sotto i nostri occhi oggi. Ma questo è tutto un altro discorso”.

Berlinguer ebbe grande attenzione per le esperienze socialdemocratiche ma non le accettò mai sino in fondo: che cosa fu la terza via?

Il processo di ricerca che ha per oggetto il socialismo è per Berlinguer il più tormentato, questa almeno è l’impressione che me ne sono fatto in anni di intensa collaborazione con lui. Quando produce lo “strappo” non ha più nessun dubbio sul fatto che l’esperienza del “socialismo reale” non solo non è praticabile da nessun altra parte, tanto meno in occidente, ma non è ormai più sopportabile, scissa com’è dai contenuti di libertà e democrazia e costruita su economie povere, nei paesi costretti a subirla. Ma mantiene un giudizio critico anche sulle società governate dai socialdemocratici. Ha molte simpatie per Brandt, Palme, Mitterand, Kreisky e altri dirigenti socialdemocratici e laburisti, sente con loro una profonda affinità di pensiero nella maggior parte dei problemi che riguardano il destino dell’umanità, il governo del mondo sente il bisogno di cooperare sempre più strettamente con i governi e le forze politiche che dirigono, ma, a parere suo, rimane il problema del superamento del capitalismo, pietra miliare della visione del socialismo di Enrico Berlinguer.

Qui probabilmente i limiti e i ritardi culturali e politici di una esperienza politica così originale, avanzata e dinamica come quella del PCI e di un dirigente di così eccelso valore come Berlinguer: la visione del socialismo come processo di continuo arricchimento e allargamento democratico, di incessante crescita sociale e civile e di massima estensione della libertà. Il recupero e lo sviluppo di una concezione del socialismo democratico che è stata presente sin dalla nascita del pensiero socialista e che non va misurata solo sulla base di insufficienti e talvolta mistificanti esperienze compiute. Berlinguer non varcherà mai questa soglia. Per lui, nel cammino della trasformazione socialista, l’obiettivo doveva essere quello di costruire una “terza via” capace di superare tanto le brutture del “socialismo reale” quanto le inefficienze delle esperienze socialdemocratiche. Ecco ciò che per lui avrebbe dovuto essere la “terza via”.

E l’eurocomunismo? Immagino che quella breve stagione non fu facile, viste alcune differenze tra Berlinguer, Carrillo e Marchais.

L’eurocomunismo fu il tentativo di ricollocare nell’alveo del movimento operaio e socialista europeo quei partiti comunisti europei che per i comuni valori di democrazia e di libertà che coltivavano e che si proponevano di far vivere nelle società socialiste da costruire nell’occidente condivisione con il PCI questo progetto. Un progetto, sicuramente audace e dirompente. Tanto vasta fu l’eco della sua apparizione quanto breve la stagione che visse, per le contraddizioni insuperate dei tre partiti che ne furono protagonisti e per le forti pressioni esterne che su di loro si esercitarono.

Autononia del partito, distensione, democrazia come valore universale, nuovo internazonalismo, superamento dei blocchi. Che cosa resta di quella stagione fecondissima?

Resta l’insegnamento più prezioso che Berlinguer ci ha lasciato: ossia quello di indirizzare l’azione dei governi e dei movimenti politici e sociali non solo al dovere di far fronte ai bisogni e alle urgenze della realtà in cui vengono chiamati ad operare ma anche a quello di ispirare la loro opera a quelli che lui stesso definiva “pensieri lunghi” che arrivavano sino a rasentare l’utopia, come quando di fronte agli squilibri sempre più profondi che andavano creandosi. Tra crescenti spese per il riarmo e la sempre più vasta area del mondo in cui imperversavano povertà e nuove … tra sviluppo e sottosviluppo, tra ricchezza e povertà, arrivava a prefigurare la necessità di dar vita ad un “governo mondiale”. Ciò di cui ci sarebbe estremamente bisogno oggi per affrontare adeguatamente i vitali problemi che ha di fronte l’umanità intera. Primo tra tutti quella sua sopravvivenza in un pianeta sempre più sconvolto dai terribili mali che lo affliggono: il riscaldamento climatico che è all’origine delle catastrofi naturali che lo sconvolgono, la desertificazione di immensi territori, e l’inquinamento atmosferico e delle fonti idriche. Lo stato dei mari e degli oceani, ciò che può compromettere seriamente le risorse alimentari di una umanità il cui tasso di incremento continuerà ad aumentare se non interverranno efficaci misure di contenimento delle nascite. In uno stato del mondo siffatto i fenomeni migratori che già tanto preoccupano saranno destinati ad ingrossarsi e a diventare sempre meno governabili. Potrebbe sembrare uno scenario apocalittico, ma è quanto potrebbero trovarsi di fronte le future generazioni in un futuro neanche troppo lontano se non si provvederà rapidamente ad intervenire con volontà concordi di tutti gli stati, a cominciare da quelli che hanno la maggiore responsabilità per questo stato di cose. Ciò che non avverrà se non cambieranno abbastanza radicalmente le strategie politiche dominanti: quella dell’”America first” di Trump negli Stati Uniti, quella di indici di sviluppo insostenibili a detrimento di condizioni di vita e di libertà costruite dentro restrizioni alla lunga insopportabili della Cina; quello di una restaurazione imperiale della Russia di Putin, o quella gretta ed egoistica dei cosiddetti sovranisti in Europa che mette a rischio l’Unione europea e con esso la prospettiva di uno sviluppo democratico.

Oggi più che mai avremmo bisogno di uomini e donne dai “pensieri lunghi” e di movimenti e partiti capaci di governare incorporando nelle problematiche dell’attualità le strategie del domani. A questo si dovrebbe tendere.

E oggi Antonio Rubbi come vede la sinistra di questo Paese?

Vorrei essere ottimista ma mi riesce difficile. Posso solo sperare che il punto di caduta sia già stato toccato e che da domani non si possa che risalire. Se guardo al paese qualche sprazzo di luce nelle manifestazioni di questi ultimi giorni a Genova, Milano, Roma, Torino, di donne e di giovani soprattutto avverto che c’è una forte volontà di riscattarsi, di non accettare come ineludibile lo stato di caduta sociale, morale, culturale che si avverte tanto nel governo del paese quanto nella sua più immediata prospettiva.

Una sinistra diffusa e anche forte nel paese esiste. Spero tanto che quei partiti e movimenti che sono chiamati per tanta parte a rappresentarlo siano in grado di farlo. Certo per come sono andate le cose, bisognerà cambiare molto nei programmi e nei gruppi dirigenti. E bisogna farlo presto e con il massimo grado di unità possibile.


domenica 23 agosto 2020 (revisione: 24 agosto 2020 22:47:03)

Lettere di Spartaco, ottobre 1939

Togliatti e il patto Molotov-Ribbentrop


Nell'agosto 1939 viene reso noto l'accordo Ribbentrop-Molotov, esaltato da Molotov come storico in un discorso di fine agosto. In Francia il PCF viene accusato di alto tradimento, la polizia ne arresta i militanti, e numerosi sono gli arresti anche tra i comunisti italiani rifugiati in Francia (Longo tra tutti). Togliatti, a Parigi da poche settimane, pure viene arrestato.

Né i motivi della presenza a Parigi né tutti gli aspetti dell'arresto, mancato riconoscimento e breve condanna di Togliatti sono considerati chiariti. Agosti, nella sua biografia, ancora nel 1996, considerava la vicenda "circondata da un alone di mistero che non è mai stato totalmente dissipato", in Aldo Agosti, Togliatti, UTET, Torino, 1996, pag. 252. La recente biografia di Fiocco non aggiunge nuovi dettagli, vedi Gianluca Fiocco, Togliatti, il realismo della politica, Carocci, Roma, 2018, capitoletto Spy story a Parigi, pag. 148-151. Le memorie di Massola sono la fonte principali per la ricostruzione ancor oggi possibile, vedi in Umberto Massola, Memorie 1939-1941, Editori Riuniti, 1972, Roma, in particolare i primi due capitoli, Arresto e liberazione di Togliatti, e Nascita delle «Lettere di Spartaco» e costituzione dell'Ufficio estero a Parigi.

Liberato apparentemente ai primi di Marzo 1940, Togliatti ritornerà a Mosca nel maggio seguente. A Parigi Togliatti si attiva per difendere le decisioni sovietiche, e ne scrive per le «Lettere di Spartaco», un foglietto clandestino da lui ideato e redatto.

La collezione di le «Lettere di Spartaco», di difficile reperibilità, è presente nelle collezione della Fondazione Istituto Gramsci di Roma (credo completa). Si rende qui leggibile  la scansione del primo numero, indicato essere dell'ottobre 1939. I due articoli sono firmati Comitato Centrale, che sappiamo però non era in carica almeno dall'anno precedente. L'attribuzione a Togliatti dei testi è molto probabile, anche se non sicura.

Lettere di Spartaco, n.1, ottobre 1939

Scansione della copia della collezione della Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Si ringrazia la FIG per avermela resa disponibile.


giovedì 20 agosto 2020 (revisione: 10 settembre 2020 21:02:38)

Höbel su Longo

Due monografie di Alexander Höbel su Luigi Longo




Alexander Höbel, Il PCI di Luigi Longo (1964-1969), Edizioni Scientifiche italiane, Napoli, 2010, con prefazione di Francesco Barbagallo

Alexander Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), Carocci Editore, Roma, 2013, con prefazione di Aldo Agosti

Al secondo testo, la casa editrice Carocci ha dedicato un ricco sito web, con risorse varie, vedi a https://luigilongoestoriapci.com/. Tra le risorse il testo dell'articolo Luigi Longo segretario del Pci (per comodità, copia locale),  apparso sul periodico Calendario del popolo, nn. 685-686 del 2004, che risulta essere un breve prologo alle due successive monografie.

Nell'insieme le due monografie di Höbel corrono per quasi 1000 pagine (oltre 600 il primo dei due volumi, su solo i sei anni 1964-1969), e nemmeno coprono tutto l'arco di vita del dirigente comunista, mancano infatti le prime due decadi del dopoguerra (e quindi per es. qualsiasi informazioni sulle reazioni di Longo all'affare Seniga e l'emarginazione di Secchia), e gli ultimi anni di vita dopo il 1969. I due volumi sono strutturati in modo simile, ricchi di informazioni e molti dettagli, e un procedere del racconto quasi mese dopo mese. Un lavoro meticoloso e per molti versi preciso. Il testo più recente risulta alla lettura più fluido, immagino per una maggiore sicurezza nello scriverlo. Qualche apparato in più sarebbe risultato utile, per esempio una cronologia degli incarichi di partito e degli spostamenti di Longo negli anni dell'esilio e della guerra. Manca un sezione iconografica.

Nel leggere i due volumi ho sofferto che la biografia sia, come dire, raccontata piuttosto che argomentata, e inoltre che sia presente solo un brevissimo capitoletto, nel volume ESI, sulle fonti usate, capitoletto di convenienza, essendo quello che include i ringraziamenti di rito. Sarebbe stato invece utile una presentazione del corpus di fonti che l'autore ha potuto consultare, quali i criteri di lettura adottati, quali le cautele adottate per non perdersi nel resoconto di infinite discussioni del tempo (spesso in politichese in parte scontato ed effimero e in parte da decodifcare), per quali periodi ed eventi il riscontro dei documenti è scarso, quali altri fonti sarebbe utile reperire. La ricerca di documenti è comunque notevole, anche se sbilanciata su i documenti prodotti dal PCI. 

Il primo volume, sul solo periodo 1964-1969, presenta, mediante una miriade di citazioni, quasi una cronaca della vita politica italiana come vista dalla dirigenza PCI di allora, ma incorre nel pericolo di un effetto cacofonico di dettagli e commenti del tempo in cui il lettore rischia di perdersi. Sarebbe stato utile che Höbel si fosse esposto a indicare, anche con il senno del poi, quali oggi possiamo dire fossero le tensioni e le problematiche di fondo del sistema politico italiano di allora, e avesse quindi proposto una interpretazione di come Longo ne fu più o meno consapevole, e di come si mosse, secondo quali linee di fondo, e con quali effetti, successi e insuccessi.

Per la storia del PCdI degli anni dell'esilio, esiste poi il problema di capire quanto stretta fosse l'interdipendenza con la dirigenza sovietica. Un capitoletto sulla commissione italiana del Comintern con una sintesi cronologica deile sue riunioni e interventi, e sopratutto degli interventi di Manuilskij, avrebbe aiutato a capire se e quanto alcune discussioni e scelte operative del piccolo gruppo dei dirigenti del PCdI degli anni '30 del secolo scorso furono formulate secondo indicazioni altrui, e i termini della dialettica che ci potè essere.

Una valutazione complessiva del lavoro di Höbel risulta comunque difficile per l'intrinseca difficoltà della materia. Ogni singola situazione storica in cui si collocano i successivi momenti della biografia di Longo è di per sé un contesto composto da molteplici fattori e attori, contesti di cui è assai difficile delineare una rappresentazione attendibile, equilibrata, completa ma sintetica. Difficile individuare, negli atti e nei comportamenti dei protagonisti di allora, l'intreccio di preoccupazioni, tensioni, pressioni, velleità, ideologie, conoscenze, ecc.,  con cui, grazie a cui e per cui furono realmente compiuti, intreccio che inoltre comprese -in diversi se non in tutti i momenti e gli scenari in cui Longo operò- ambiti e aspetti taciuti, o anche del tutto volutamente nascosti (e talvolta sembra poi addirittura rimosssi). Che nel lavoro di Höbel tutto ciò sia stato preso in dovuta considerazione non è facile deciderlo. In una biografia di un singolo protagonista non si può certo pretendere che siano resi espliciti tutta la varietà di assunti, in questo caso su quasi tutti i nodi della storia politica del '900, che in qualche modo entrano in gioco a guidare ricerca ed esposizione. La mia impressione complessiva è però che Höbel non abbia avuto il gusto di soppesare tutte le possibili alternative esplicative su quali furono, nelle diverse situazioni, le scelte possibili, quali quelle poi di fatto perseguite, e quali di queste le vere ragioni, palesi, taciute o dimenticate.

Un capitolo avrei dedicato alla vita personale di Longo - la relazione con Teresa Noce, il rapporto con i figli - di cui vi sono molti cenni ma non una presentazione unitaria. Longo fu un donnaiolo, almeno così è la fama, e la Noce forse sua vittima, ma la biografia sarebbe risultata più completa con una discussione delle possibili coordinate, tra maschilismo tradizionale e una qualche certa libertà sessuale presente negli ambienti del Comintern. Qualche notizia su come Longo e la famiglia si sostenne nell'esilio, quale l'entità dell'assegno da Mosca negli anni difficili, sarebbe stata pure informazione interessante.

In conclusione, direi che sarebbe utile una nuova versione della biografia, in un unico volume, che includa anche i periodi ancora assenti, con un buon capitolo sulle fonti e una migliore ricerca di quelle sovietiche, e forse almeno un paio di capitoli tematici: uno sul lato privato e forse maschilista, uno sulla dualità con Togliatti; e infine sarebbe utile uno stile espositivo con qualche tratto agiografico in meno e qualche discussione in più su come interpretare limiti, meriti e responsabilità delle scelte reali di Longo nei diversi scenari in cui operò.

Un commento finale. La vicenda politica e umana di Longo risulta straordinaria sotto molti aspetti, e forse più di tutto per quella poliedrica capacità di saper svolgere un ruolo adatto nelle diverse situazioni: da comanandante militare su i campi di Spagna e della Resistenza, a politico nel parlamento della Repubblica. Colpisce il profilo caratteriale, quella certa sensazione di calma e pacatezza che emana dai ricordi di chi lo ha conosciuto, la capacità di attendere lo sviluppo degli eventi anche meno favorevoli apparentemente senza ansie e timori, leggermente in seconda fila, senza pretendere onori particolari. Nella storia del PCI ci sono sicuramente pagine oscure, e Longo può/deve aver avuto la sua porzione di responsabilità, ma la sua figura storica suscita sicuramente simpatia.

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Ho sfogliato i due ampi volumi per cercare lumi su alcuni momenti della storia del PCI, oltre ovviamente che della militanza di Longo. In particolare su i seguenti:

  • la discussione svoltasi tra il 1927 e il 1930, tra i dirigenti del PCdI sulle prospettive politiche da promuovere. Höbel ricostruisce la discussione, che fu palese, in documenti, mozioni e lettere, e che contrappose Longo e Secchia, allora come dirigenti della federazione giovanile, a Togliatti e altri, ma che non arrivò mai al punto di rottura. Anzi il racconto d Höbel narra bene come una qualche equilibrata complementarietà si formò tra Longo e Togliatti, un equilibrio che poi resse per decenni, fino al 1964 e potremmo dire perfino oltre.

    Capire termini e ampiezza della discussione è importante anche per chiarire alcuni momenti della biografia di Gramsci, che proprio tra il 1930 e il 1931 ebbe i suoi problemi con gli altri reclusi a Turi a discutere di prospettive per l'Italia dopo la sperata caduta del fascismo. Sarebbe interessante capire se Gramsci a Turi ebbe notizia dei precisi termini della discussione FGCI-Togliatti (usò la stessa terminologia?), ebbe visione di qualche documento, e si espresse volutamente per intervenire nel dibattito.

  • l'esperienza di Longo della realtà sovietica, per quanto direttamente vissuta negli anni di permanenza a Mosca (1932-1933), come rappresentante del PCdI al Comintern, nei primi anni del definitivo consolidamento del potere di Stalin. Essendo questi gli anni dell'avvento di Hitler, e delle prime aperture di Mosca a politiche di intesa con altre forze politiche (come spesso si riassume, dalla politica del socialfascismo a quella dei fronti popolari). Höbel si concentra su come Longo contribuì alla nuova politica, che Longo discusse in lettere con Togliatti ampiamente citate da Höbel. Come noto, questo passaggio è stato un punto topico della autorappresentazione del PCI nel dopoguerra (vedi il post sul togliattismo anni '80), e Höbel inquadra le note su Longo in quella intepretazione canonica. La questione andrebbe però ridiscussa sulla base delle difficoltà di quella interpretazione. Rilevante una omissione, o mancata curiosità, di Höbel: in URSS quelli furono anche gli anni della prima čistka,  la prima - per ora incruenta - purga degli iscritti al PCUS, che coinvolse anche la piccola comunità di emigranti politici italiani in URSS, e a cui, per quei due/trecento militanti, Longo dovette sicuramente sopraintendere. Non sembra che Höbel abbia cercato documenti al riguardo (ma qualcosa negli archivi del PCdI si trova), e niente ne dice; e similmente non si sofferma nei successivi capitoli alle reazioni, e/o ai silenzi, di Longo su gli eventi delle grandi purghe terroristiche, nel 1937-1938. Una omissione francamente censurabile. Per quanto leggo, Longo lasciò l'URSS alla fine del 1933 e vi tornò solo dopo la fine della seconda guerra mondiale; un certo numero di indizi suggeriscono che forse capì che non era aria di tornarci prima.

  • il senso profondo dell'esperienza di Longo ispettore delle Brigate internazionali nella Spagna della difesa della Repubblica contro Franco. Höbel sottolinea il comandante tenace, generoso, popolare e 'unitario'. L'esperienza delle Brigate internazionali fu certo entusiasmante, ma anche attraversate da numerose e ben note tensioni, tra cui ovviamente quella suscitate dalla presenza via via maggiore dei sovietici. La storiografia sulla guerra di Spagna è molto ampia e purtroppo io ne ho scarsa conoscenza, non saprei quindi dire se il racconto offerto da Höbel, alla prima lettura piuttosto agiografico, sorvola su questioni controverse, o se risulta comunque complessivamente attendibile. Sarebbe stato forse utile confrontare meglio le presenze in Spagna di Longo e di Togliatti, e fornire elementi per capire se e come esse rivelano differenze nel loro operare, e nelle loro relazioni, da una parte, con la dirigenza sovietica e, dall'altra parte, con le altre forze e personalità antifasciste italiane. Tra le tante osservazioni di dettaglio, Höbel liquida in una riga la vicenda di Pacciardi (pag. 258 del volume Carocci), che forse avrebbe meritato una attenzione maggiore, anche solo per fornire elementi utili per capire quali possano poi essere state le relazioni, anche personali, nel dopoguerra italiano, Pacciardi ministro della difesa 'atlantico', Longo silenzioso numero due del maggior partito comunista in un paese 'occidentale'.

  • le contorte vicende dei comunisti italiani nella breve ma significativa stagione del patto Molotov-Ribbentrop, e della neutralità sovietica. Höbel dedica un bel capitolo ai quattro lunghi anni dal rientro di Longo in Francia dalla Spagna, prime settimane del 1939, fino allo scambio tra regime di Vichy e polizia fascista all'inizio del 1942, e poi ai giorni al confino a Ventotene fino alla liberazione dopo l'8 settembre italiano (volume Carocci, capitolo 9, L'unione popolare, Il Vernet, Ventotene (1939-43), pag.273-301). Sono anni ovviamente assai complessi, per cui è obiettivamente difficile capire quali erano gli spazi di azione, quali le alternative reali, quali le scelte che furono realmente compiute, e quelle che l'incalzare degli eventi evitò di dover prendere. Höbel accenna intanto allo scioglimento del CC del PCdI, a Mosca nell'estate del 1938, e mi sembra indichi che Longo non fu coinvolto. Nei primi mesi del 1939, in Francia si svolge la vicenda, nota ma non notissima, dell'Unione Popolare, della discussione sulla proposta del governo francese di Daladier di arruolare i fuoriusciti italiani nelle forze armate francesi, della rottura tra gli antifascisti sul patto Molotov-Ribbentrop, rottura che fu anche tra i comunisti, vedi per esempio il significativo dissenso di Romano Cocchi (vedi post) che poi morirà a Buchenwald. La questione sottointesa è se la faticosa ricerca di una unità d'azione antifascista tra gli esuli italiani, anche al fine di una azione armata coordinata, fu compromessa dai comunisti italiani per obbedienza alle ragioni moscovite, questione complessa che andrebbe studiata considerando sia che cosa fecero gli altri in quei frenetici frangenti sia ovviamente le complesse vicende francesi (per es. quali i tempi del formarsi della rete della resistenza francese, quali italiani vi aderirono, e quando, e come). Höbel dettaglia il contributo alla discussione sulla proposta Deladier di Longo, sostanzialmente a favore (Grieco sarebbe stato più cauto), e ricorda anche la testimonianza di Valiani che Longo si sarebbe arroluato nella Legione Straniera (volume Carocci, pag. 279, testo di Valiani riportato in nota), testimonianza anedottistica e non so quanto attendibile, ma che mostrerebbe che in Longo l'antifascismo sarebbe stato sempre prevalente sul filosovietismo. Come molti altri, Longo fu comunque arrestato dai francesi, nell'agosto 1939, e recluso nel campo di Vernet, il che forse gli evitò di esporsi troppo a favore della posizione sovietica (di Longo non sembra vi siano adesioni esplicite al patto Molotov-Ribbentrop  simili a quelle di Togliatti nei fogli delle Lettere di Spartaco, vedi post). Il capitolo racconta con precisione le vicende della reclusione (che fu con soluzioni di continuità) e le iniziative per ottenere la sua liberazione, compreso l'intervento della diplomazia sovietica (a Longo a un certo punto sembra sia stata concessa la cittadinanza sovietica). Nel complesso mi sembra che si possa dire che Longo da una parte si mosse per rimanere vicino ai compagni reclusi e dall'altra parte che evitò, pur avendone sembra le possibilità, sia di espatriare in URSS sia di entrare in clandestinità. Dopo l'attacco nazista all'URSS si realizza lo scambio tra regime di Vichy e polizia fascista, Longo torna, di forza maggiore, in Italia, inizi del 1942, destinato infine al confino a Ventotene, dove come noto ritroverà, tra i molti altri, Secchia. (Höbel pubblica interessanti documenti di polizia fascista su i vari passaggi del trasferimento, diversi a firma Leto, l'eminenza grigia della polizia politica fascista che probabilmente aveva pure gestito gli ultimi anni della vicenda Gramsci).

  • la comprensione della vincoli di Yalta, ed entro quali limiti poteva agire il PCI nell'Italia della guerra fredda. Durante gli anni della segreteria Longo la netta divisione dell'Europa si affievolì, o apparve affievolirsi, grazie a diversi episodi: il ritiro della Francia dal comando militare integrato della NATO (1966), la breve Primavera di Praga (Gennaio-Agosto 1968), la Ostpolitik di Brandt (1969-1974). Capire se e quali spazi di azione si aprivano per il  PCI non fu facile. Come si mosse Longo, come riuscì, se riuscì - a tenere la barra dritta? Alcuni nel PCI forse pensarono che la 'discriminazione' subita nel 1947 potesse essere superata (ma così non era). Longo pure? Come comprese quali erano gli spazi massimi di manovra, e semmai verso quali direzioni? Nel volume ESI, trovo interessante la ricostruzione di come Longo giocò, nel 1964, la carta dell'elezione di Saragat alla Presidenza della Repubblica appunto per uscire dalla 'discriminazione', ma non risulta poi chiaro dall'esposizione di Höbel se Longo -e il PCI anche oltre Longo- si mosse per contrastare o meno l'unificazione socialista, il cui fallimento segnò, credo si possa dire, il fallimento della presidenza Saragat (e quindi in un qualche modo del contributo di Longo a quella elezione?).

    Dalla esposizione di Höbel non è poi chiaro come egli valuti l'effetto del sostegno di Longo a Dubček, e come la fine violenta della primavera di Praga si rifletté sulla segreteria Longo: rafforzandola o indebolendola? Similmente nel resonconto degli incontri con la SPD, la cui novità fu certo importante, Höbel non elabora su come e perché essi non proseguirono verso forme di coordinamento permanenti.