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Note di biografia gramsciana,
e sulle vittime italiane delle epurazioni staliniane

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venerdì 14 febbraio 2020 (revisione: 15 gennaio 2021 10:55:34)

Elezioni Parlamento 1924

Gli eletti comunisti delle elezioni parlamentari del 1924



Ministero dell'Economia Nazionale. Direzione Generale della Statistica. Statistica delle Elezioni Generali Politiche per la XXVII Legislatura. Copertina


Risultati regione per regione (nessun eletto in Sardegna, e Abruzzo e Molise)
Piemonte


Liguria
Lombardia


Veneto


Venezia Giulia
Emilia


Toscana
Marche


Lazio e Umbria
Campania


Puglia


Calabrie e Basilicata

Sicilia



Gli eletti distinti secondo i partiti politici


Cenni biografici degli eletti. Molti, se non tutti, gli eletti comunisti furono personalità di notevole spessore, con una biografia personale e politica lunga e articolata, spesso controversa, spesso dolorosa, in alcuni casi tragica, in alcuni casi abbastanza nota, in altri piuttosto dimenticata. Per diversi esistono lavori biografici più o meno ampi e precisi, di alcuni abbiamo le memorie, e di tutti sarebbe possibile ricostruire la vicenda umana e politica con una attenta ricognizione delle diverse fonti. Di molti meriterebbe approfondire alcuni snodi della vicenda politica, chiarendo pagine dimenticate o volutamente tenute taciute. Qui si indica solo alcune risorse online facilmente accessibili, per le prime indicazioni biografiche.

  • Bendini Arturo
    «Nato a Brescia il 17 aprile 1891, caduto in Francia il 13 luglio 1944, sindaco di Collegno (Torino) e deputato comunista prima del regime fascista. Da Brescia la sua famiglia si era trasferita in Piemonte, dove Arturo Bendini, dopo l'adesione al PCdI, era diventato sindaco della cittadina alle porte di Torino e, nel 1924, deputato al Parlamento. All'entrata in vigore delle Leggi eccezionali fasciste (novembre 1926), Bendini riuscì ad emigrare clandestinamente. Ciò non gli evitò di essere deferito al Tribunale speciale con altri compagni che, il 4 maggio 1928, furono condannati dai fascisti. Con Gramsci e Terracini ed altri, Arturo Bendini fu poi anche imputato nel cosiddetto "processone" al Comitato centrale del Partito comunista, ma la sua posizione venne stralciata perché latitante. Lui intanto, era molto attivo nell'emigrazione francese. Nel 1941, l'antifascista italiano fu arrestato dalla polizia del governo collaborazionista di Vichy. Imprigionato a Gaillac (Aveyron), Bendini restò in carcere per anni, sino a che, il 17 aprile 1944, non fu liberato, con un audace colpo di mano, da un gruppo di Francs-tireurs partisans. Si unì ai partigiani francesi nella lotta armata contro gli invasori tedeschi, fino a perdere la vita nel corso di un'azione. Nel Comune dove fu sindaco, dopo la Liberazione hanno intitolato una via ad Arturo Bendini; il 3 marzo 2008, l'Unione di Collegno del Partito Democratico, gli ha intestato una Fondazione "per la tutela del patrimonio e dei valori della Sinistra". 25 Luglio 2010»,  da ANPI, Arturo Bendini.

  • Maffi Fabrizio  Vedi Dizionario Biografico Treccani - Fabrizio Maffi

  • Graziadei Antonio Vedi Dizionario Biografico Treccani - Antonio Graziadei. In particolare, leggi la sintesi delle particolari teorie economiche di Graziadei, critiche sia del marxismo sia del marginalismo. Vedi il post su un incontro del 1978 a lui dedicato.

  • Fortechiari Bruno Vedi Dizionario Biografico Treccani - Bruno Fortechiari.

  • Repossi Luigi
    «Nato a Milano il 2 marzo 1882, deceduto a Milano il 4 febbraio 1957, tornitore meccanico, dirigente sindacale. Abitava nel capoluogo lombardo a Porta Ticinese e lì cominciò, giovanissimo, ad appassionarsi ai problemi sindacali. Attivo partecipe delle lotte sindacali di fine ‘800, alla vigilia della prima guerra mondiale Repossi fu tra i più decisi oppositori dell’entrata dell’Italia nel conflitto, atteggiamento che nel 1917 gli costò la condanna a 5 mesi di detenzione e l’assegnazione al confino. Nel biennio 1919-1921, Repossi fece parte del direttivo milanese della FIOM e al Convegno socialista di Imola fu tra gli elaboratori del manifesto-programma della Frazione comunista, tanto che il 21 gennaio 1921 fu eletto a Livorno nell’Esecutivo del Partito Comunista d’Italia. Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, fu Repossi a pronunciare in Parlamento il famoso discorso di accusa del governo fascista che gli valse, nel 1926, con altri deputati comunisti, l’arresto e il confino a Lipari e a Ponza. Tornato in libertà, Repossi riprese a Milano i contatti coi suoi compagni della “Sinistra Comunista” e con loro fu espulso dal Partito per non avere sottoscritto la condanna di Troski, emessa dall’Internazionale Comunista nel febbraio 1928. All’inizio della Seconda guerra mondiale nuovo arresto e internamento a Istonio (oggi Vasto, in provincia dei Chieti). Dopo l’8 settembre 1943, respinta la sua domanda di rientrare nel Partito comunista, il dirigente sindacale si iscrisse al PSI e dopo la Liberazione fu chiamato a rappresentare questo partito nella commissione lavoro e previdenza sociale in seno alla Consulta. Negli anni dell’immediato dopoguerra fu ancora attivo nella Camera del Lavoro di Milano. Trascorsi in condizione di estrema povertà i suoi ultimi anni, Repossi, colpito da paralisi, si è spento in un letto di ospedale. 24 Novembre 2011», da ANPI, Luigi Repossi.

  • Riboldi Ezio
    Non trovo online una attentibile biografia di Riboldi. Fu nel gruppo socialista espulso nel 1924 per aver contribuito a "Pagine Rosse", rivista a favore della fusione con il PCdI alle condizioni poste dalla III Internazionale. Condannato dal Tribunale Speciale, accettò poi la grazia richiesta nel 1933 dalla moglie, e fu quindi espluso dal PCdI. Un suo tardo volume di memorie fu pubblicato dalla casa editrice di Seniga: E. Riboldi, Vicende socialiste. Trent'anni di storia italiana nei ricordi di un deputato massimalista, introduzione di Giuseppe Tamburrano, Milano, Edizioni Azione Comune, 1964.

  • Borin Iginio
    «Nato a Masi (Padova) l'8 dicembre 1890, deceduto a Venezia il 25 febbraio 1954, portuale. Socialista dal 1915, Borin passò nel 1923 al Partito comunista e fu eletto deputato nelle elezioni del 1924. Dopo il 1926 era già confinato a Favignana e nel 1928, nel "processone" intentato contro i comunisti, fu condannato dal Tribunale speciale a 17 anni di reclusione. Liberato per amnistia nel 1937, il dirigente dei portuali veneziani fu confinato a Ponza e a Ventotene sino alla caduta del fascismo. Dopo l'8 settembre 1943 militò nella Resistenza veneta, battendosi nella Prima Brigata "Gramsci", che era collegata alla Brigata Garibaldi di Padova. Durante l'occupazione tedesca, i partigiani di Borin controllavano la zona dalla periferia di Strà a Chioggia e, dall'altro lato, da Strà a Fiesso d'Artico, a Lughetto e Lona. Nel primo dopoguerra Igino Borin presiedette la Compagnia lavoratori portuali di Venezia. 25 Luglio 2010»,  da ANPI, Igino Borin.

  • Gramsci Antonio  OK

  • Gennari Egidio  Vedi Dizionario Biografico Treccani - Egidio Gennari

  • Srebrnic Giuseppe
    «Nato da una famiglia operaia slovena a Salcano, Gorizia, il 28 febbraio 1884. Iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Graz, in Austria, è richiamato alle armi dall'esercito austro-ungarico nel primo conflitto mondiale, viene inviato sul fronte russo, dove viene fatto prigioniero nel 1917. Da prigioniero partecipa al movimento di appoggio alla rivoluzione bolscevica e promuove la fondazione della sezione jugoslava del partito bolscevico.
    Tornato in Italia nel 1919, come componente della minoranza slovena partecipa alla costituzione del partito comunista d'Italia nel 1921. Nel 1924, nelle liste del PCd'I è eletto deputato nella circoscrizione di Gorizia. Col il varo delle leggi eccezionali; Srebrnic viene dichiarato decaduto come deputato e condannato a cinque anni di confino ad Ustica.
    Prosciolto nel febbraio 1932 viene nuovamente condannato un anno dopo ed inviato a Lipari e quindi a Ponza. Condannato al confino una terza volta nel 1941 finisce a Ventotene e da qui a Renicci, trascorrendo complessivamente 12 anni della sua vita confinato.  Da Renicci si liberò, assieme a tutti i prigionieri italiani e slavi il 14 settembre 1943. Rientrato nella Venezia Giulia è membro del comitato regionale di Liberazione della Slovenia nel febbraio 1944. L'11 luglio 1944 Srebrnic perde la vita assieme a tre compagni nel tentativo di guadare l'Isonzo in piena»,  da Istituto Storico Aretino della Resistenza e dell'Età Contemporanea, Giuseppe Srebrnic.

  • Ferrari Enrico
    (Essendo Graziadei risultato eletto in due circoscrizioni, deduco che in Emilia lasciò il seggio a Ferrari.)
    Non trovo online una attendibile biografia di Ferrari. Ferrari, condannato nel processo del Tribunale Speciale contro la dirigenza del PCdI, chiese infine nel 1937 la grazia, e apparentemente collaborà poi con il giornale di Bombacci, La Verità. Nel suo libro Lo Scambio, Fabre ricostruisce come il figlio Dino, assunto dall'Ambasciata sovietica a Roma per aiutare la famiglia, si riveli nelle carte di archivio essere stato ingaggiato dalla polizia politica italiana come spia del regime fascista.

  • Picelli Guido
    Per l'importante figura di Picelli, online trovo principalmente una breve biografia su una rivista locale: Guido Picelli. Una nota di Roberto Spocci. Picelli, deceduto nella guerra di Spagna, è stato oggetto di diverse controversie storiografiche, in particolare per accertare se subì una caduta in disgrazia quando rifugiato in URSS, e se ebbe contatti con il POUM, controversie che hanno riguardato -con minori evidenze- anche le circostanze della sua morte. Uno storico locale ha scritto la biografia per ora più dettagliata: Fiorenzo Sicuri, Il guerriero della rivoluzione. Contributo alla biografia di Guido Picelli, Uni.Nova, Parma, 2010.

  • D'Amen Onorato
    Non trovo una biografia online attendibile di Onorato Damen a cui rinviare (si trovano invece in vari siti web militanti la versione digitale di molti dei suoi interventi e scritti). Ricordo solo che Damen fu uno dei principali esponenti della Sinistra Comunista, che sarà al confino per quasi tutto il periodo del fascismo, e poi politicamente attivo nel dopoguerra nelle piccole formazioni della Sinistra internazionalista, anche con originali considerazioni teoriche e un particolare impegno nella denuncia dello stalinismo. Rinvio alla variegata letteratura della e/o su la Sinistra Comunista italiana per dettagli della sua interessante biografia, ricordando qui solo il suo testo sul pensiero di Gramsci:

  • Molinelli Guido
    «Molinelli, Guido, politico, (Chiaravalle 1894 - Roma 1964).  Giovanissimo aderisce al Partito socialista italiano. Nel 1920 insieme ad altri militanti partecipa alla rivolta dei bersaglieri di Ancona, collabora con i giornali "L'Avanti" e il locale "Bandiera rossa". Nel 1921 aderisce al Partito comunista italiano e nello stesso anno è nominato segretario della Camera del lavoro di Macerata. Nel 1922 fa parte degli Arditi del popolo e viene arrestato poco prima dell'occupazione fascista di Ancona con l'accusa di attività sovversiva. Nelle elezioni politiche del 1924 viene eletto deputato; arrestato a Roma nel 1926 e poi confinato a Ustica con Gramsci, condannato a quattordici anni di reclusione, viene liberato nel 1932 in seguito all'indulto concesso in occasione del decennale della marcia su Roma. Arrestato nuovamente nel 1940 e ancora confinato riesce a liberarsi solo dopo l'8 settembre 1943. Nel gennaio 1944 partecipa a Bari al primo congresso nazionale dei Comitati di liberazione, nello stesso anno entra nel primo governo Bonomi come sottosegretario al Ministero dell'industria e commercio. Nel 1945 fa parte della Consulta nazionale, membro della Costituente e del Senato e sindaco di Chiaravalle. Muore a Roma nel 1964», da SIUSA, Guido Molinelli.

  • Volpi Giulio
    «Nato a Bracciano, in provincia di Roma, nel giugno del 1877, Giulio Volpi conseguì la laurea in Giurisprudenza e praticò la professione legale fin da subito. Avvicinatosi al Partito socialista, si prodigò spesso per i più deboli, in particolar modo per i contadini delle sue zone privati delle proprie terre e li difese durante le proteste del Biennio rosso (1919-1920). Venne eletto al comune di Bracciano prima consigliere e poi assessore. Nel 1903, durante il commissariamento del municipio, fu nominato “facente funzione sindaco” per un paio di mesi. Fu anche consigliere del comune di Roma, prima dell’avvento del fascismo. Oltre all’impegno locale, Volpi si dedicò anche alla politica nazionale candidandosi alle elezioni politiche come deputato alla Camera tra le fila dei socialisti. Vinse per tre legislature (dal 1919 al 1927; alla tornata del 1924, poiché forse alla scissione di Livorno del 1921 aderì al neonato Partito comunista italiano, fu eletto nel collegio unico Umbria-Lazio nella Lista comunista, ottenendo più di 3.500 suffragi) e in Parlamento fu membro della Giunta generale del bilancio e dei conti consuntivi dal dicembre 1919 all’aprile 1921. Dopo il delitto Matteotti, Volpi entrò in clandestinità, venne arrestato e mandato al confino, dapprima a Ponza (gennaio 1927-novembre 1931) e poi per un periodo ad Amelia, in Umbria. Morì nella sua città natale poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ovvero nel luglio 1947.», da Il dizionario biografico multimediale dei parlamentari umbri dall’Unità alla Costituzione, Giulio Volpi.

  • Alfani Luigi  Vedi Dizionario Biografico Treccani, Luigi Alfani

  • Giorgio Carmine
    in Katia Massara, Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Puglia. Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Strumenti CXIV. Archivio Centrale dello Stato. MIBAC, Ufficio Centrale per i beni archivistici. Roma, 1991

  • Gullo Fausto  Vedi a Biblioteca Gullo, Fausto Gullo

  • Lo Sardo Francesco
    «Francesco Paolo Lo Sardo nasce a Naso il 22 Maggio 1871. Fin dall’adolescenza mostra di avere molteplici interessi culturali. I genitori, di famiglia borghese, lo avviano agli studi sacerdotali nel seminario vescovile di Patti. Il giovane, essendo insofferente nei confronti dell’ambiente clericale, continua i suoi studi a Messina, prima al Liceo e poi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università peloritana. Insieme a Giovanni Noè fonda un giornale di tendenza anarchico-socialista “ Il Riscatto” sulle cui pagine inizia a propugnare le sue idee progressiste. Rifuggendo gli agi della sua condizione familiare, Lo Sardo, affascinato dalla poesia sociale del poeta catanese Rapisardi, lotta contro la società baronale che opprimeva i contadini e i braccianti.In seguito all’avvento dei “ Fasci siciliani “ “ (1891-1894), ispirati da Giuseppe De Felice Giuffrida, Rosario Garibaldi Bosco, Nicolò Petrina e Nicola Barbato, egli, organizzando i lavoratori, fonda a Naso un fascio operaio. Per questo viene arrestato a ventitré anni e condannato alla vigilanza speciale nelle isole Tremiti. Dopo quattro mesi, a seguito della petizione di studenti e professori universitari e dell’attività dei parlamentari Imbriani e Colajanni, viene liberato. Nella politica siciliana diviene noto come un rivoluzionario. Riprende gli studi e si laurea in legge. La sua professione di avvocato sarà sempre al servizio dei lavoratori. Dall’anarchismo Lo Sardo passa al socialismo continuando la sua opera editoriale su “Il Riscatto” e, incitando alla lotta sociale in tutta Italia, dovrà subire un altro breve arresto nel 1898 che accrescerà la sua fama di instancabile difensore delle classi più deboli. Il terremoto di Messina e di Reggio Calabria del 28 Dicembre 1908 provoca anche la tragica morte del figlio di Lo Sardo, Ciccino. Nonostante ciò l’attività giornalistica losardiana è instancabile nel denunciare gli scandali della ricostruzione e le speculazioni delle imprese edili settentrionali sotto lo sguardo benevolo della curia e della borghesia messinese. Dopo essersi battuto contro l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale, in modo inatteso e coraggioso si arruola volontario nel Giugno del 1915. Combatte sul Col di Lana e viene gravemente ferito al petto. Nel 1916 ritorna a Messina dove dirige con passione la Camera del Lavoro. Nel 1919 i fascisti lo minacciano: è l’inizio di una persecuzione che culminerà con il carcere e la morte. Deluso dal programma socialista , Lo Sardo si iscrive al Partito comunista d’Italia: “il vero partito socialista… che ha eliminato…gli uomini di poca fede, di dubbia fede, di nessuna fede”. Nel 1924, in un clima di dilagante violenza fascista, Lo Sardo, con più di diecimila voti di lista, viene eletto deputato: è il primo onorevole comunista siciliano. In questo ruolo sarà sempre pedinato dalla polizia. In prossimità dell’emanazione delle “leggi fascistissime”, in violazione dell’immunità parlamentare, l’8 Novembre 1926, viene arrestato. Nel 1928 è condannato dal Tribunale speciale del regime. Nel corso degli anni viene rinchiuso nelle carceri di diverse città: Messina, Catania, Roma, Sassari, Oneglia, Turi di Bari, luogo in cui incontra l’illustre prigioniero Antonio Gramsci, e Poggioreale di Napoli dove muore il 30 Maggio 1931», da Comune di Naso, Sala Lo Sardo, Francesco Lo Sardo. Anche di Lo Sardo è stato pubblicato l'epistolario carcerario: Francesco Lo Sardo, Epistolario dal carcere 1926-1931, a cura e con introduzione di Sebastiano Saglimbeni, Edizioni del Paniere, Verona, 1984 (1988, seconda edizione con nuove lettere aggiunte)

Qualche osservazione. La composizione del gruppo degli eletti è in effetti piuttosto varia, e sarebbe utile raccogliere più elementi per chiarire come le liste furono composte. In questo documento elettorale la lista viene indicata come 'comunista', ma in alcuni testi si trova anche l'indicazione che fu una lista di 'sinistra', indicandola come formata a seguito di un accordo tra PCdI e componente 'terzina' dei socialisti, in particolare della componente che aveva dato vita alla rivista Pagine Rosse. In Palmiro Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del partito comunista italiano, Editori Riuniti, 1962, Roma, pag. 202, indica come eletti di provenienza 'terziinternazionalista' Maffi, Riboldi, Lo Sardo e Volpi (e anche Francesco Buffoni, credo per errore). Vicino a Gramsci fu credo l'anziano Gennari (di quest'ultimo che avrà un ruolo non secondario nell'emigrazione politica del PCdI a Parigi e a Mosca, la biografia è articolata, poco studiata e pochissimo nota, e meriterebbe un post dedicato).  Tre - Fortechiari, Repossi e Damen - erano già allora ben caratterizzati come di Sinistra comunista e saranno poi politicamente attivi in una o altra delle piccole formazioni della Sinistra comunista italiana. Giorgio fu sopratutto un sindacalista, nella biografia appare molto legato al suo territorio e personaggio non facilmente inquadrabile. Picelli, i motivi del cui  inserimento in lista andrebbero meglio chiariti, provenendo egli dall'esperienza degli Arditi del popolo, cadde poi in Spagna, nel 1937. Graziadei fu espulso dal PCdI nel 1928, le sue riflessioni di teoria economica (e di revisione marxista) erano state oggetto di una attacco di Zinoviev, ma fu di nuovo nel PCI nel dopoguerra; il PCI gli dedicò studi e convegni negli anni '70 del secolo scorso. Riboldi e Ferrari furono poi espulsi perché cedettero alle pressioni di chiedere la grazia per uscire dal carcere fascista; Alfani si era già dissociato e allontanato dalla politica durante il Processone alla dirigenza. Di alcuni - Bandini, Borin, Srebrnic, Molinelli, Volpi - il percorso di militanza è abbastanza lineare, il che non vuol dire meno ricco o doloroso: repressione fascista, prigionia e/o confino, militanza nell'esilio, partecipazione alla lotta armata nella resistenza, e per chi sopravvisse qualche incarico di partito nel dopoguerra. Gullo fu poi ministro dell'Agricultura, 'Ministro dei contadini', nei governi del dopoguerra in cui il PCI fu presente. Lo Sardo perì in carcere, per lui fatale, nel 1931.

 

giovedì 13 febbraio 2020 (revisione: 15 febbraio 2020 13:11:27)

Romano Cocchi

Alcune risorse web su Romano Cocchi


Romano Cocchi
6 marzo 1893, Anzola dell’Emilia - 28 marzo1944, Buchenwald

  
Foto reperite on-line, identificazione da confermare.




domenica 21 luglio 2019 (revisione: 15 settembre 2019 22:36:40)

Testimonianze su Gramsci a Formia

Testimonianze su Gramsci a Formia raccolte da Mariangela Lombardi nel 1977

Riproduciamo un articolo di Mariangela Lombardi in cui racconta, nel 1989, di una sua ricerca, svolta nel 1977, di testimoni diretti della presenza di G. nella clinica Cusumano di Formia. L'articolo, a carattere piuttosto agiografico, include solo alcuni brevi brani di testimonianza, comunque utili per rivivere la situazione in cui si trovò G. a Formia. Non so se la Lombardi abbia allora registrato le testimonianze, di una dice che fu "lunga", o se le abbia presentate in un lavoro più ampio. Dall'articolo non sembra che cercò notizie di Cusumano o che fosse consapevole della sua frequentazione con Bordiga.

«Tre colpi di frusta per salutare il capo del partito: così un vecchio carrettiere salutava ogni giorno Gramsci, rinchiuso nella clinica del dottor Cusumano a Formia.

La clinica, ora abitazione civile, è un palazzo a tre piani, in periferia, con la vista sul mare. Gramsci arrivò a Formia il 7 dicembre 1933, trasferito, sempre in stato di detenzione, dal carcere di Turi, dopo una breve sosta nell’infermeria del carcere di Civitavecchia.

Le sue condizioni fisiche erano gravi. Già nel 1933 a Turi, il prof. Arcangeli gli aveva riscontrato gravi lesioni tubercolari, la presenza del morbo di Pott, arteriosclerosi e ipertensione: era lucido, ma anche psichicamente era provato. La clinica di Formia non era assolutamente   attrezzata  per curare  ed  assistere  un malato tanto grave, perché vi erano solo due medici generici – il dottor Cusumano e il dottor Ruggiero – per una trentina di malati, che tra l’altro, in alcuni periodi, erano molti di più. Anche il personale paramedico era scarso, poco professionale e preparato. Gramsci era sorvegliato da due agenti in borghese muniti di bicicletta, che restavano nella clinica, davanti alla sua stanza, dall’alba al tramonto, e  cui davano il  cambio altri due per la notte. Inoltre due agenti piantonavano la clinica, due il giardino e una pattuglia della milizia fascista faceva servizio permanente nella stazione ferroviaria, perché la direzione aveva raccomandato una sorveglianza speciale anche nel porto temendo addirittura che Gramsci potesse evadere, con aiuti esterni naturalmente, via mare. La cortina che il regime fascista gli aveva creato attorno, con lo scopo non solo di privarlo della libertà, ma di annientarne la dignità umana e culturale – “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare” aveva affermato, durante il processo del Tribunale Speciale, il pubblico accusatore Michele Isgrò, condannandolo nel 1927 a 26 anni 4 mesi e cinque giorni di reclusione – non gli impedì di comunicare con gli altri, di rimanere un uomo “vivo”. “Una sola cosa ci chiedeva, che noi rispettassimo in pieno la sua personalità, che in nessun caso e per nessun motivo lo considerassimo una persona esclusa dalla vita. Voleva essere, come è sempre stato, prima di tutto un uomo vero”, così dichiarava in una  intervista a “Rinascita” nel 1963 il fratello Carlo. Nella clinica di Formia, Gramsci rimase per molti mesi a letto: non riusciva neanche a fare brevi passeggiate in giardino, come scriveva la cognata Tatiana a Pietro Sraffa, l’amico di sempre. L’inserviente Geltrude Casaregola, l’infermiera Concetta Vellucci e l’appuntato Antonio Zaccariello lo ricordano come un uomo gentile e riservato. Non parlava molto con loro, non faceva grandi discorsi, ma riusciva ad esprimere verso chiunque entrasse a contatto con lui una grande umanità. Una statura intellettuale ed umana  che veniva subito colta anche da quelle persone umili, non acculturate, non politicizzate, quali erano gli agenti, le infermiere, le suore, che durante tutta la sua permanenza nella clinica seguirono il progressivo deteriorarsi del suo fisico e colsero positivamente la lucidità, la dignità, con cui Gramsci sopportò la detenzione senza mai arrendersi, fino alla fine. Riusciva a comunicare, secondo le testimonianze a cui prima facevo riferimento, con semplicità con tutti, così come era riu-scito, egli giovane intellettuale sardo, a comunicare con gli operai della Fiat di Torino negli anni venti senza mai imporsi in modo autoritario, ma con la sola forza delle sue idee, con la giustezza delle sue argomentazioni. Un capo: tale rimaneva anche durante la prigionia, perché un vero dirigente è colui che riesce a trasmettere un messaggio e a far nascere negli altri una coscienza sociale.

Geltrude Casaregola, un’inserviente che aiutava in cucina le suore, da me intervistata nel marzo del 1977 nella sua casa di Coreno (paese della provincia di Frosinone), ricordava Gramsci con commozione: “Quando sono arrivata a lavorare nella clinica Cusumano, c’erano già sia Gramsci, sia il generale Capello. Gramsci parlava poco con noi, anche perché il prof. Cusumano ci aveva invitate a non fare domande e a non parlarne tra noi. Gramsci non mangiava molto, alcuni giorni non toccava cibo. Il pranzo veniva portato ai carabinieri, che poi glielo servivano. A volte io stesso gli portavo il caffè. Era gentile, molto buono, quando mi vedeva mi salutava sempre per primo: «Buongiorno Geltrude». Con me, spesso, c’era mia nipote, una bambina di circa cinque anni, e quando Gramsci ci incontrava si fermava a parlarle: un giorno le dette una canna e le disse che avrebbe potuto metterla a mare e pescare così dei pesciolini.  Passeggiava per un paio d’ore con i carabinieri o in giardino o davanti la clinica. Pur non conoscendo tutti i particolari della sua vita, del suo arresto, sapevo chi era: ma per me era prima di tutto un uomo buono e gentile e quando parlavamo di lui tra di noi dicevamo sempre questo. Era sempre sorvegliato notte e giorno; anche quando veniva una signora, la cognata, a trovarlo, i carabinieri erano presenti. Non aveva nessun rapporto con il generale Capello, erano molto diversi. Il generale era più alla mano, scherzava con noi, Gramsci invece era molto serio, dallo sguardo dolce e sofferente. Era malato, aveva la pressione molto alta." Gli agenti di polizia e il personale della clinica capivano che egli non li riteneva responsabili del suo stato: cercava anzi di farli crescere, facendo emergere ciò che di buono c’era in loro: il senso di giustizia, con l’esempio della sua rettitudine, della sua onestà e della sua coerenza morale. Tutto questo non aveva bisogno per essere trasmesso, di sottili e capziose capacità oratorie.

Significativa la lunga testimonianza dell’appuntato Antonio Zaccariello, da me incontrato nella sua abitazione di Formia, sempre nel marzo del 1977: “Quando Gramsci e il generale Capello furono trasferiti a Formia nella clinica del dottor Cusumano, io fui distaccato alla clinica, come postazione fissa, addetto alla sorveglianza dei due detenuti. Eravamo in tutto una compagnia di 12 persone: nove carabinieri, due graduati e due sottufficiali; ci davano il cambio perché i detenuti fossero sorvegliati anche la notte. Il Professor Gramsci [lo chiamò così per tutta la conversazione, con enorme rispetto[ aveva una stanzetta con un balcone – naturalmente con l’inferriata – che si affacciava sul mare; lungo le pareti vi erano tante mensole di marmo, cariche di libri, giornali e riviste. Anche il tavolo sul quale scriveva e studiava era pieno di libri, di quaderni. 'L’appartamentino' era costituito da due stanzette: un’anticamera, da dove noi attraverso lo spioncino della porta potevamo sorvegliare e non perdere mai d’occhio il Professore chiuso nella sua stanza.  Quando arrivava la cognata a trovarlo, assistevamo al colloquio perché dovevamo controllare che non si passassero armi o messaggi. La cognata veniva spesso: era una bella donna, simpatica, gentile, molto garbata. Con il Professore si comportava come una moglie: attenta, premurosa e interessata alla sua salute. Infatti le prime volte pensammo che fosse proprio sua moglie; poi però egli stesso ci disse che era la cognata e che la moglie viveva in Russia con i bambini. Parlava sempre di loro e un giorno tirò fuori dal portafoglio la fotografia dei figli e ce la mostrò: era molto commosso.  Era gentile con noi: non faceva dei discorsi veri e propri, prolungati, non parlava mai di politica, non accusava il fascismo o qualche altro della sua condizione, non cercava di convincerci alle sue idee politiche. Non era né burbero né violento, era proprio una brava persona, una scienza: infatti nella sua stanza  leggeva, studiava e scriveva tutto il giorno, fino a notte inoltrata a volte. I giornali che leggeva non li ricordo, alcuni non erano neanche italiani. Aveva due ore d’aria e l’accompagnavamo a passeggiare in giardino; quando si ritirava nella sua stanza ci ringraziava per averlo accompagnato e lo stesso faceva molto gentilmente quando gli portavamo la posta.  Non si incontrava mai con il generale Capello; le due ore d’aria di cui tutti e due godevano, le facevano separati. Prima accompagnavamo l’uno, poi l’altro, Gramsci era più dignitoso, non si lamentava mai di niente; il generale, invece, si faceva aiutare sempre da noi per sedersi in  poltrona, per mettersi a letto, ma si vedeva che non aveva un effettivo bisogno. Il Professore no, aveva molta dignità, si vedeva che era una persona superiore.  Fino alla fine del 1934, quando fui trasferito a Gaeta, Gramsci non fu sottoposto a nessuna visita specialistica né radiologica: l’avrei saputo, altrimenti, perché noi avremmo dovuto essere presenti. Veniva a trovarlo ogni tanto lo stesso dott. Cusumano. Perché poi avrebbe dovuto curarlo? Secondo me stava bene, era stato solo [!] privato della libertà." Gli feci notare che meno di tre anni dopo sarebbe morto, e che doveva pur soffrire di qualche male se lo trasferirono in un’altra clinica. “Sì lo so, fu trasferito in una clinica di Roma; ma se a Formia non era sottoposto a nessuna cura particolare, volva dire che non soffriva di nessun male”. (Logica stringente e sillogistica del “buon senso” di un uomo semplice). “Io lo ricordo come una brava persona, come una scienza. Un uomo che s’imponeva, che incuteva rispetto al di là del fisico”. Interessante a questo proposito la testimonianza di una donna che abitava nei pressi della clinica: “La prima volta che lo vidi, piccolo, gobbo, avvolto in una mantella nera da pastore sardo, tra due poliziotti, rimasi delusa. Mi avevano detto che Gramsci era il capo dei comunisti, un rivoluzionario, e lo avevo immaginato alto, imponente, e non così piccolo, minuto, stanco: però gli occhi erano chiari, vivi, penetranti, ti scavavano dentro. Si capiva, non so dire perché, che era un uomo straordinario”.

Formia, però, viveva con indifferenza la presenza del detenuto Antonio Gramsci: solo  poche figure dell’antifascismo sapevano chi fosse il sardo  rinchiuso nella clinica Cusumano. La scelta di Formia da parte del regime fascista fu dovuta, probabilmente, proprio a  questa diffusa mancanza di politicizzazione, a questa indifferenza della popolazione.

Benché ormai molto grave – ebbe infatti tre crisi acutissime che fecero temere il peggio – nel periodo formiano Gramsci studiava, meditava, continuava a seguire le vicende politiche del “mondo grande e terribile”, e scriveva tutto il giorno, chiuso nella sua stanza. Mentre il generale Capello (rinchiuso a Formia nello stesso periodo) andava a curiosare in cucina, scherzava con tutti. Gramsci per tutto il tempo che rimase nella clinica non si comportò mai in questo modo, come ricordava anche l’infermiera Concetta Vellucci, con la quale mi sono incontrata nello stesso periodo (1977) nell’ospedale di Minturno: “Ho lavorato per quarant’anni nella clinica del dottor Cusumano: quando Gramsci è arrivato, ero già lì. Lo ricordo come un uomo serio: studiava, leggeva e scriveva, chiuso tutto il giorno nella sua stanza. Passeggiava solo per un paio d’ore al giorno, sempre scortato dai carabinieri. Avevamo pochi contatti con lui, noi infermiere, perché i malati erano tanti e noi due sole, e poi perché il dottor Cusumano ci aveva detto di non fare domande”. Le chiesi se sapeva chi fosse Gramsci e perché fosse rinchiuso: “Sì, lo sapevo e per questo non parlavo molto con lui, temevo di dire qualcosa che non dovevo e che Cusumano lo venisse a sapere; anche fra noi del personale parlavamo poco di lui”. Le domandai perché Gramsci volle andare via: “Precisamente non lo so, a noi non dicevano niente, ma poi perché doveva rimanere? Si sentiva prigioniero in una stanzetta in mezzo alla campagna. Forse a Roma pensava di essere più libero”. Proprio in quel periodo Gramsci concluse l’ultima fase della stesura dei Quaderni. Rielaborò organicamente e sistematicamente le note arricchendole di alcuni spunti aggiuntivi. Dopo i primi mesi del 1935 non scrisse più nulla, le forze lo abbandonavano ormai, giorno dopo giorno, ma manteneva i contatti con il mondo esterno, con i punti fermi della sua esistenza, con gli affetti che davano un senso alla sua vita di recluso: la madre, i figli e la moglie. “Come si può amare l’umanità – si chiedeva – se si è incapaci di amare una singola persona?”. Nel 1934 ignora ancora che la madre è morta dal 1932, perché glielo hanno tenuto nascosto.

Con infinita tenerezza le manda gli auguri per l’onomastico. Il mare di Formia, che poteva vedere dal balcone della sua stanza al primo piano della clinica, gli fa chiedere al figlio Giuliano: “Hai visto il mare per la prima volta…Hai bevuto molta acqua salata facendo i bagni?…Hai preso pesciolini vivi o dei granchi? Io ho visto dei ragazzetti che prendevano dei pesciolini nel mare con un mattone bucato…”.Svolge con affetto il ruolo del padre, assente fisicamente, ma che riesce comunque ad affermare la sua presenza costante, umana e responsabile, per la qualità del rapporto che sa instaurare con i figli lontani. Anche Delio e Giuliano avvertono il legame che, malgrado tutto, li unisce al padre, tanto che, come Togliatti scrive a Sraffa, dopo la morte di Gramsci: “Delio è stato molto colpito dalla notizia, tanto da farne una vera malattia, con febbre…”. Gramsci non riesce più a studiare, a lavorare, a riposare, è tormentato dall’insonnia, il suo sistema nervoso è ormai precario. Manca a Formia della tranquillità di cui ha bisogno, avverte con disperazione la necessità di un trasferimento e in questo senso sollecita la cognata Tatiana perché se ne interessi: “… Puoi domandare se, tardando ancora una soluzione, sia possibile per me cambiare alloggio provvisoriamente a Formia stessa. Il malessere di oggi è dovuto, in gran parte almeno, al fatto che non ho dormito: è giunta la famiglia Cusumano e sulla mia testa è un continuo va e  vieni…”. Sempre nella stessa lettera del 25 luglio 1935, a Tatiana, aveva chiesto il trasferimento alla clinica di Fiesole, perché lì avrebbe potuto essere operato e curato dagli altri mali di cui era affetto: “Ti posso dire che mi pare utile spiegargli come è stata scelta la clinica di Fiesole e come si sia cercato di tener conto specialmente delle esigenze della polizia, perché io sono realista e non mi nascondo le difficoltà…”. Intanto proprio negli incontri con il fratello Carlo, con Tatiana che andava a trovarlo ogni domenica e a volte si  tratteneva per più giorni, e con Pietro Sraffa, si era avvertita precedentemente la necessità di inviare a Mussolini la richiesta di libertà condizionale, spedita il 24 settembre del 1934, secondo le norme dell’art. 176 del Codice di procedura penale. Il 25 ottobre del 1934, Gramsci ottenne la libertà condizionale e per la prima volta uscì con Tatiana dalla clinica. Secondo la testimonianza di Giuseppe De Meo, cognato di Bordiga, Gramsci e quest’ultimo si incontrarono a Formia nell’estate del 1935, mentre l’ingegnere napoletano si recava in bicicletta in un cantiere di lavoro. Non parlarono, si salutarono con affetto e commozione: “Ciao Nino” “Ciao Amadeo”. “Amadeo lo aspettava nei pressi della sua villetta, poco distante dalla clinica, quando sapeva che Gramsci sarebbe passato per la passeggiata, per salutarlo, senza aggiungere niente altro al semplice saluto.
Gramsci però gli fece sapere che non lo aspettasse più,  perché non voleva che gli agenti si insospettissero e gli venisse tolta l’ora d’aria.["] Per un breve periodo di tempo i due si scambiarono brevi messaggi tramite un’infermiera che credo si chiamasse Teresa, morta qualche tempo fa. “Amadeo fece pervenire ad Antonio anche del vino rosso, prodotto in casa, che io stessa [?] gli portai. Lo stimava molto e ne parlava sempre con grande rispetto”. Al di là delle divergenze politiche molto profonde, Gramsci e Bordiga, che avevano condiviso un grande ideale sociale e le lotte contro il fascismo nascente, mantenevano una profonda stima reciproca. Gramsci partì da Formia il 24 agosto del 1935, accompagnato dal prof. Vittorio Puccinelli, ed entrò nella clinica «Quisisana» di Roma, dove morì il 27 aprile del 1937. Il fascismo aveva senza dubbio privato un uomo della libertà, ma non era riuscito a “impedirgli” di lavorare e di lasciare un grandissimo patrimonio di pensiero.

Nota: purtroppo un errore di redazione -la mancanza delle virgolette di chiusura della testimonianza di Giuseppe De Meo-  rende leggermente ambiguo il testo, e non si capisce se la testimonianza include anche il brano su l’infermiera Teresa, nel qual caso non è chiaro chi portò il vino, il De Meo, e allora il genere del successivo "io stessa" sarebbe errato, o l'infermiera Teresa, di cui però non sembra che la Lombardi abbia raccolto la testimonianza.

Mariangela Lombardi
da “Marxismo Oggi” n. 34 Maggio-Luglio 1989
Versione digitale (html) ripresa da latina24ore.it